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  • martedì 30 Aprile 2013

Il “coming out” di Jason Collins

La bellissima lettera con cui un giocatore NBA - il primo atleta professionista statunitense, non solo nel basket - ha detto di essere gay, su Sports Illustrated

Ho avuto un’infanzia felice nella periferia di Los Angeles. I nostri genitori ci hanno insegnato ad apprezzare la storia e l’arte di quel luogo, e soprattutto la Motown. A me e a Jarron non fu permesso di ascoltare la musica rap fino a quando compimmo 12 anni. Dopo il nostro 12esimo compleanno, mi precipitai a comprare Quik Is The Name, il disco di “DJ Quik”. Ne memorizzai ogni singola parola. Fu in questo periodo che cominciai a notare le sottili differenze tra Jarron e me. La nostra gemellanza non era più sincronizzata come prima. Non riuscivo a essere attratto dalle ragazze.

Mi sento fortunato per avere riconosciuto i miei gusti sessuali. Anche se ho resistito agli impulsi fino al liceo, sapevo che quando sarei stato pronto avrei avuto qualcuno a cui rivolgermi: mio zio Mark a New York. Sapevo che avrei potuto confidarmi con lui senza essere giudicato, ed è quello che ho fatto la scorsa estate. Zio Mark è gay. Lui e il suo compagno hanno una relazione stabile da sempre. Un ragazzo giovane confuso, come me, non avrebbe potuto trovare un modello migliore di amore e compassione.

Ho fatto coming out con mio fratello solo l’estate scorsa. Gliel’ho confidato una mattina mentre facevamo colazione, e la sua reazione è stata completamente differente da quella di zia Teri. Rimase assolutamente sbalordito. Non l’aveva mai sospettato. Alla faccia della telepatia tra gemelli. Ma quella sera, quando cenammo insieme, mi dimostrò tutto il suo amore fraterno. Per la prima volta nella nostra vita, voleva essere coinvolto e voleva proteggermi.

La mia nonna materna era molto preoccupata della mia volontà di fare coming out. Lei è cresciuta nella Louisiana rurale ed è stata testimone degli orrori della segregazione. Durante gli anni del movimento per i diritti civili vide compiere gesti di grandissimo coraggio nel bel mezzo delle peggiori bruttezze dell’umanità. Era preoccupata che rivelare la verità mi avrebbe esposto al pregiudizio e all’odio. Io le ho spiegato che il mio coming out è preventivo. Facendo così, non avrei dovuto vivere sotto la minaccia di essere scoperto e “bandito”. L’annuncio avrebbe dovuto essere mio, non di TMZ.

La parte più dura di tutto questo è la consapevolezza che tutta la mia famiglia subirà le conseguenze della mia scelta. Ma i miei parenti mi hanno ripetuto che, fintanto che io sarò felice, loro lo saranno per me. Vedo mio fratello e gli amici del college mettere su famiglia. Cambiare i pannolini è un lavoro molto impegnativo, ma i bambini portano così tanta gioia. Vado pazzo per i miei nipoti, e non vedo l’ora di iniziare a mettere su una mia famiglia.

Provengo da una famiglia molto unita. I miei genitori mi hanno insegnato i valori cristiani. Loro insegnavano alla scuola domenicale religiosa e a me piaceva dargli una mano. Prendo gli insegnamenti di Gesù seriamente, in particolare quelli che parlano di tolleranza e comprensione. Durante i viaggi di famiglia i miei genitori vollero sempre farci vedere nuove cose, religiose e culturali. Nello Utah visitammo il tempio mormone di Salt Lake. Ad Atlanta, la casa di Martin Luther King. Questa precoce esposizione alla diversità mi ha reso un ragazzo che riesce ad accettare tutti in maniera incondizionata.

Sto imparando ad abbracciare il puzzle che c’è dentro di me. Dopo che a febbraio sono stato venduto dai Boston Celtics ai Washington Wizards, sono andato al memoriale di Martin Luther King, a Washington. Mi sono sentito ispirato, ma anche umiliato. Onoro il fatto di essere afro-americano e le difficoltà del passato, che ancora hanno i loro strascichi oggi. Ma non lascio che il colore della mia pelle mi definisca più di quanto possa farlo il mio orientamento sessuale. Non voglio essere etichettato, e non posso lasciare che le etichette di qualcun altro vengano utilizzate per definirmi.

Sul campo ho accettato un’etichetta che mi è stata affibbiata: “il professionista dei professionisti”. L’ho ottenuta grazie al mio coraggio e all’impegno che ho sempre dimostrato verso i miei compagni di squadra. Accetto le sfide, e se serve faccio fallo – questa è stata la mia forza. Nel corso della stagione 2004-2005 ho guidato questa speciale classifica della NBA, facendo ben 322 falli personali. Entro in campo sapendo che ho sei falli da spendere. Ho impostato il mio gioco sui miei 213 centimetri di altezza e 116 chili di peso, sapendo di dover marcare ragazzi come Jason Kidd, John Wall e Paul Pierce. Mi sacrifico anche per gli altri giocatori. Mi prendo cura dei miei compagni di squadra come farei con un fratello minore.

Non ho paura di affrontare alcun avversario. Amo giocare contro i migliori. Anche se Shaquille O’Neal è un giocatore della Hall of Fame, non mi sono mai sottratto alla sfida di frenare la sua cattiveria agonistica (nota per Shaq: le mie simulazioni non hanno nulla a che vedere con il fatto di essere gay). Vado in campo con il paradenti e con i polsi incerottati. Forza, dammi un pugno, io mi rialzerò. Mi spiace dirlo, e non ne sono orgoglioso, ma una volta ho fatto un fallo così duro che il mio avversario è dovuto uscire dal campo in barella.

Insomma, sono il contrario dello stereotipo che molti hanno dei gay, e questo è il motivo per cui credo che moltissimi di giocatori rimarranno sconvolti dal mio coming out: quel ragazzo è gay? Io sono sempre stato un giocatore aggressivo, anche al liceo. Sono così “fisico” per dimostrare che essere gay non ti rende più morbido? E chi lo può sapere? Questa è una domanda a cui solo uno psicologo può rispondere. Le mie motivazioni, come il mio contributo in campo, non sono cose che finiscono nelle statistiche delle partite, di cui onestamente non mi importa. L’unica cosa che conta è vincere. Voglio essere considerato un giocatore di squadra.

La lealtà alla mia squadra è la vera ragione per cui non ho fatto coming out prima. Quando lo scorso luglio firmai un contratto con Boston, decisi di impegnarmi al 100 per cento e non permettere che la mia vita personale diventasse una distrazione al mio lavoro. Ero pronto a dirlo alla stampa, ma dovevo aspettare fino alla fine della stagione.

Un mio compagno del college provò a convincermi a fare coming out allora. Ma non potevo. Il mio unico piccolo gesto di solidarietà fu scegliere la maglia con il numero 98, prima con i Celtics e poi con gli Wizards. Quel numero ha un significato molto importante per la comunità gay. Uno dei più famigerati crimini dettati dall’odio contro i gay si verificò nel 1998. Matthew Shepard, uno studente dell’Università del Wyoming, venne rapito, torturato e frustato mentre era legato a una staccionata. Morì cinque giorni dopo essere stato ritrovato. Lo stesso anno fu fondato il Trevor Project. Questa fantastica organizzazione garantisce interventi in situazioni di crisi e cerca di prevenire i suicidi di ragazzi alle prese con i problemi legati alla loro identità sessuale. Credetemi, io la conosco quella fatica. Ho combattuto contro pensieri insani. Quando ho scelto quella maglia, la numero 98, stavo facendo una dichiarazione a me stesso, alla mia famiglia e ai miei amici.

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