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Storie del Louvre, di Hollande e di mille altre cose, come sa raccontarle Filippomaria Pontani

di Filippomaria Pontani

È su questo sfondo che si agitano delusioni più piccole ma forse perfino più simboliche: una politica contro l’immigrazione (quella portata avanti dall’energico ministro Manuel Valls) che non fa certo dimenticare l’asprezza dei tempi di Sarkozy; un impegno bellico (quello in Mali) che non ha una tempistica precisa e che dopo i primi, controversi successi ha lasciato spazio a molte inquietudini circa la sua durata e soprattutto i suoi finanziamenti (tutti gli alti ranghi dell’esercito levano alti lai contro i tagli annunciati alle spese militari); una progettualità urbana, quella per il Grand Paris 2020 (tre nuove linee di metropolitana; aggiornamento e raccordo dei mezzi di trasporto pubblico; nuovi campus universitari a Aubervilliers e altrove…), che pare fortemente minacciata dalla mancanza di denaro. Tra le delusioni meno piccole si annovera poi il disegno di legge su scuola e università, così poco diverso da quello del precedente governo da riscuotere un plauso pressoché bipartisan in Parlamento (salvo qualche critica dai deputati conservatori che lo giudicano al più inutile), e da sollevare in alcuni perplessità non dissimili da quelle che noi associamo alla legge Gelmini (impressione di un sostanziale taglio delle risorse; “professionalizzazione” dell’istruzione a beneficio delle imprese del territorio; sfrondamento – o depauperamento – dell’offerta formativa; rinvio di molti provvedimenti a decreti attuativi al di là da venire; nuovo sistema di reclutamento dei docenti medi, che rischia di compromettere una delle risorse più funzionanti dell’intero sistema dell’istruzione francese).

Tra le delusioni più grandi, ovviamente, torreggia quella relativa alla questione morale. Chi abbia seguito sin dal principio l’affaire del ministro del Bilancio Cahuzac, che ha dovuto ammettere di avere un conto in Svizzera dopo reiterate e convinte proteste d’innocenza, può immaginare l’entità del danno inflitto da questa vicenda alla credibilità dell’intero sistema politico d’oltralpe (all’onestà dei politici non crede ormai più del 30% dei Francesi). Mentre i cittadini increduli, già provati dai gravi sviluppi dello scandalo Bettencourt (nel quale Sarkozy

è stato appena rinviato a giudizio per circonvenzione d’incapace), si domandano se sia più grave il fatto che il capo della lotta all’evasione sia egli stesso un evasore, o il fatto che un ministro si sia sentito libero di prendere in giro la nazione e il presidente per molti mesi, la vicenda di Cahuzac può essere letta in due chiavi. La prima attiene strettamente alle spaccature interne al Partito socialista, ormai tali da minare la stessa leadership di Hollande, e a un sistema di finanziamento della politica che mostra diverse crepe.

La seconda lettura, come suggerisce il magistrato Jean de Maillard su Le Monde del 10 aprile, è più “di sistema”, in quanto considera le frodi, le fughe nei paradisi fiscali, le manipolazioni dei mercati e simili come i veri elementi che regolano direttamente o indirettamente lo spazio pubblico (espace public) e l’attività politica che in esso si esplica, a prescindere dal fatto che molti singoli sono indubbiamente onesti. Scrive Maillard che «governi, autorità monetarie e attori finanziari agiscono oggi come complici per mantenere ad ogni costo, e a qualunque prezzo, l’illusione: i primi per la loro sopravvivenza, le seconde per dogmatismo ideologico e i terzi perché sono i veri padroni di un mondo nel quale non vogliono che cambi alcunché». È con questa sfida più ampia, non con le toppe di fortuna a una legge sul finanziamento alla politica, che dovrebbe misurarsi – e con tutta evidenza non sa misurarsi – un governo di sinistra che voglia offrire una prospettiva di vero rinnovamento, e non una mera gestione dell’esistente.

A livello politico, il malcontento stenta a trovare un canale credibile: se il Parti de gauche di Jean-Luc Mélenchon prende ormai dichiaratamente di mira il bacino elettorale del Partito socialista, e in vista della decisiva manifestazione del 5 maggio adotta contro i politici una retorica sempre più sferzante e aggressiva («purificazione», «colpo di ramazza», «fuori tutti»), d’altra parte rimane sempre alla finestra il Front National, che ha sempre beneficiato delle onde di protesta, e che molti individuano – specie dopo la clamorosa vittoria di una sua candidata nelle elezioni suppletive dell’Oise – come candidato a insperati trionfi elettorali nel breve periodo. La sensazione di un “vuoto” è forte, ed è questo che alimenta oltralpe l’interesse per il fenomeno-Grillo (si veda per esempio la prima pagina di Le Monde dedicata a Casaleggio il 14 marzo), oltre che ovviamente per il cammino di Alba Dorata in Grecia.

Chiudo il ragionamento, tornando al Louvre. Il più grande museo del mondo è stato esposto negli ultimi anni alla decisa tendenza mondiale verso la mercantilizzazione dei beni culturali, tendenza che va inevitabilmente a detrimento del valore “civico” ed educativo delle opere d’arte, e che peraltro a Parigi è almeno temperata da un cospicuo apparato statale che continua nonostante tutto a produrre mostre eccellenti e a promuovere iniziative di ricerca di prim’ordine. Non è chiaro se la sinistra al potere intenda cambiare qualcosa nella politica del Louvre e dei beni culturali, anzi in base alle parole di Hollande è lecito dubitarne: ma in Francia, e ancor più in Italia, l’idea di far cassa con l’arte, passivamente subita dalla sinistra, anzi talora da essa sposata con l’entusiasmo e i complessi del neofita (diversi casi-simbolo, sopra tutti quello del sindaco di Firenze, sono raccolti nell’ultimo libro di Tomaso Montanari, Le pietre e il popolo), non è che una spia, un aspetto – e invero non il meno rilevante – di una più vasta debolezza strutturale dei partiti progressisti, della loro incapacità di fornire ai popoli europei una visione alternativa del presente e del futuro anche entro (e oltre) i limiti imposti dai tempi difficili che viviamo. Forse non sarà un caso che uno dei libri più stimolanti degli ultimi tempi a livello d’idee, Azione popolare, sia stato scritto da uno storico dell’arte, purtroppo invano invocato negli ultimi giorni tra i papabili alla presidenza della nostra Repubblica.

PS: Ogni grande tendenza storica comporta i suoi aspetti da operetta, che non di rado riguardano l’Italia: nella fattispecie, mi riferisco alla mirabolante mostra dei 140 Capolavori del Louvre che dovevano figurare a Verona nell’autunno del 2009 (c’è ancora un sito internet che fa capire l’entità dell’evento) sotto l’egida di Marco Goldin e della sua società Linea d’ombra. Per una serie di malintesi legati all’entità delle risorse da investire, e forse a più profondi conflitti personali e istituzionali, la mostra fu annullata a poche settimane dall’inaugurazione dopo ben due presentazioni ufficiali, e dopo la vendita di molti salati biglietti. Colpisce solo, a margine, che il responsabile di questo tristo fallimento, l’ineffabile Goldin, dopo aver spadroneggiato in tutto il Nord grazie ad opportuni appoggi (da Treviso a Torino, da Brescia a Genova), sia ora tornato a Verona, e sia anche diventato il dominus della basilica palladiana nella limitrofa Vicenza, dove ha depositato una sedicente mostra Raffaello verso Picasso i cui tramezzi (inamovibili ancora mesi dopo la chiusura, in attesa della prossima esposizione programmata per il 2014) impediscono e impediranno chissà per quanto di fruire compiutamente della Basilica stessa, appena restaurata.

Foto: Francois Hollande alla cerimonia di saluto dell’ex direttore del Louvre Henri Loyrette, Parigi, 9 aprile 2013 (CHRISTOPHE ENA/AFP/Getty Images)

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