Storia di Giorgio Napolitano

Che è stata parecchio intensa, anche prima di questi giorni: storia e foto del primo Presidente della Repubblica ad essere eletto per due volte

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

L’adesione di Napolitano al comunismo moderato e riformista non fu immediata: fu un percorso lungo che nella sua autobiografia descrisse come «un’evoluzione» piena di un «grave tormento autocritico». Secondo alcuni biografi, Napolitano prese i primi contatti con gli esponenti del PCI già nel 1944, tramite le sue amicizie nei circoli intellettuali e culturali di Napoli – che era già stata liberata dagli Alleati l’anno prima. Nel novembre del 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra, si iscrisse al PCI. Prima di laurearsi nel 1947 era già divenuto segretario federale di Napoli e Caserta. Nel 1953 Napolitano venne eletto per la prima volta al parlamento: da allora e fino al 1996, con l’unica eccezione della IV legislatura, venne sempre rieletto nella circoscrizione di Napoli.

Il momento più drammatico della sua partecipazione al PCI, secondo lo stesso Napolitano, arrivò in occasione dell’invasione sovietica dell’Ungheria. In seguito agli accordi di pace con cui era stata conclusa la Seconda Guerra Mondiale, l’Ungheria, come il resto dell’Europa orientale, si era trovata nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica. Ovunque erano state instaurate dall’Armata Rossa delle “Repubbliche popolari”, in sostanza dei regimi fantoccio controllati da Mosca. Gli ungheresi si ribellarono alla dittatura filosovietica e all’occupazione militare nel 1956. La repressione della rivoluzione da parte dell’esercito russo costò più di duemila morti.

Fu un momento di crisi per il comunismo internazionale. Soltanto pochi mesi prima era stato reso pubblico una parte del testo del XX Congresso del Partito Comunista nel quale Nikita Chruščëv aveva denunciato – almeno in parte – gli orrori compiuti da Stalin e il suo “culto della personalità”. In molti, anche in Occidente, avevano pensato che quel discorso fosse un punto di svolta e un’apertura a maggiore democrazia e trasparenza da parte dei regimi sovietici. La rivoluzione ungherese, che molti etichettarono come una rivoluzione “borghese”, fu in realtà una rivolta di giovani comunisti che chiedevano un comunismo più umano e meno corrotto.

La repressione sovietica della rivoluzione portò molte persone – in tutta Europa – ad allontanarsi dal comunismo. In Italia il leader della CGIL Giuseppe Di Vittorio definì i sovietici «una banda di assassini». Diversi amici di Napolitano, tra cui Ghirelli e Patroni Griffi, si allontanarono definitivamente dal partito. La linea ufficiale invece rimase saldamente filosovietica. L’Unità, ad esempio, definì i rivoluzionari «teppisti» e «spregevoli provocatori». Lo stesso Napolitano rimase su questa linea e disse che «l’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo».

Dal riformismo al migliorismo
Nel 2006 Napolitano fece la sua prima visita ufficiale come Presidente della Repubblica a Budapest, la capitale dell’Ungheria, dove depose una corona di fiori sulla tomba di Imre Nagy, il presidente dell’Ungheria rivoluzionaria ucciso dai sovietici. Qualche anno dopo, nel 2009, parlando della sua storia all’interno del Partito Comunista, disse che era una storia «passata attraverso decisive evoluzioni della realtà internazionale e nazionale e attraverso personali, profonde, dichiarate revisioni».

Una parte fondamentale in queste evoluzioni e revisioni fu quella che ebbe il suo maestro, Giorgio Amendola, dirigente del PCI e figlio di Giovanni Amendola, un giornalista e deputato morto nel 1926 in seguito alle ferite subite in un pestaggio di un gruppo di fascisti. Napolitano si definì sempre un suo allievo. I giornali e i biografi li descrivevano – anche fisicamente – come due opposti: Amendola era un ex pugile, robusto e con una retorica fiammeggiante. Napolitano, alto e magro, dall’aria aristocratica e dal linguaggio – lo conosciamo tutti – più paludato.

La giornalista Miriam Mafai soprannominò Napolitano “Giorgio o’sicco” (il magro) per distinguerlo da “Giorgio o’ chiatto” (il grasso), cioè Amendola. Napolitano si definì sempre un allievo di Amendola e fu al suo fianco in uno dei momenti di massimo conflitto tra le due ali del partito – i riformisti e l’ala sinistra – quando Amendola si scontrò nel 1966, durante l’XI congresso, contro Pietro Ingrao.

I cambiamenti, di Napolitano e del partito, furono evidenti nel 1968, quando l’esercito sovietico e dei suoi alleati intervennero per soffocare la Primavera di Praga e deporre il governo del “socialismo dal volto umano” di Alexander Dubcek. Fu proprio Giorgio Napolitano a incaricarsi di scrivere il comunicato con il quale il PCI criticò l’invasione.

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