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Le fosse di Katyn

70 anni fa in Ucraina vennero scoperte le fosse comuni dove erano stati sepolti oltre 20 mila polacchi uccisi dai sovietici, una strage di cui per anni non si poté parlare

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Negli scantinati del palazzo del NKVD fece approntare una stanza dipinta di rosso nella quale i prigonieri venivano condotti, identificati e ammanettati. Da lì passavano alla stanza delle esecuzioni vera e propria. Era una camera insonorizzata, con sacchi di sabbia sulle pareti, il pavimento di cemento percorso da canalette di scolo. Blokhin attendeva i prigonieri dietro la porta della camera delle esecuzioni, indossando una tenuta speciale: un lungo grembiule di cuoio, cappello e guanti lunghi fino alle spalle sempre di cuoio.

I prigionieri ammanettati veniva condotti nella stanza, fatti inginocchiare al centro dove Blokhin si avvicinava alle loro spalle e gli sparava un colpo alla nuca. I suoi sottoposti quindi portavano via il cadavere, facevano defluire il sangue nelle canalette e portavano dentro un nuovo prigioniero. Con questo sistema Blokhin uccise i prigionieri con la media di uno ogni 3 minuti.

L’arma utilizzata da Blokhin non era quella di ordinanza, ma un’arma di sua proprietà: una piccola pistola Walther tedesca. Blokhin preferiva la Walther alla Tokarev e al revolver Nagant dell’esercito russo perché era un’arma che sparava cartucce di calibro più piccolo e aveva quindi un rinculo minore. Le pistole più grosse, con un rinculo più forte, dopo una dozzina di esecuzioni, causavano un dolore al braccio. Nonostante Blokhin sia stato aiutato dal suo vice in alcune esecuzioni, si ritiene che abbia portato a termine personalmente circa 7.000 esecuzioni nel corso di 28 notti.

Le esecuzioni vennero portate avanti in diversi campi fino ai primi di maggio. In tutto a Katyn e in altri luoghi, vennero sepolti 22 mila polacchi (è la stima più bassa). Tra i morti ci furono 14 generali, centinaia di avvocati, 20 professori universitari, 200 fisici e centinaia di giornalisti e scrittori.

La scoperta
Nel giugno del 1941 la Germania invase la Russia occupando enormi porzioni del suo territorio, tra cui anche la foresta di Katyn. Il ritrovamento delle fosse comuni nel 1943, quando la guerra stava oramai volgendo a sfavore della Germania, fu un grossa fortuna per la propaganda nazista. Joseph Goebbels, ministro della propaganda, scrisse nel suo diario che su quella strage i giornali nazisti avrebbero potuto «campare per diverse settimane». Sul posto vennero portati giornalisti e medici di diversi paesi neutrali per testimoniare che la strage era stata opera dell’Unione Sovietica. Stalin rispose alla accuse sostenendo che i morti erano prigionieri di guerra polacchi, giustiziati dai tedeschi.

Gli alleati, Regno Unito e Stati Uniti, non si espressero pubblicamente sul ritrovamento. L’Unione Sovietica era un alleato prezioso e stava impegnando da sola – e sconfiggendo –  la stragrande maggioranza dell’esercito tedesco. Il governo polacco in esilio chiese che una commissione internazionale della Croce Rosse svolgesse un’inchiesta sul massacro, per determinare chi ne fosse l’autore. Stalin in risposta troncò le relazioni diplomatiche con il governo in esilio e fece pressioni sugli alleati affinché riconoscessero l’altro governo in esilio polacco, quello comunista che aveva sede a Mosca. Winston Churchill, primo ministro del Regno Unito, si oppose alla commissione sostenendo che qualunque indagine svolta nei territorio occupa dalla Germania sarebbe stata viziata e inaffidabile.

Negli ultimi anni della guerra e in quelli successivi, numerosi rapporti dei servizi segreti e inchieste portate avanti da militari americani e inglesi dimostrarono in maniera inequivocabile che la strage era stata opera dell’Unione Sovietica. Questi rapporti vennero nascosti o addirittura distrutti. Stalin era così suscettibile all’argomento “Polonia”, che quando nel 1945 a Londra si celebrò la parata per la vittoria, il nuovo governo laburista proibì ai militari polacchi di partecipare. «Mi sentivo come se guardassi una sala da ballo da dietro una tenda e senza poter entrare», scrisse il generale polacco Wladyslaw Anders.

Soltanto negli anni ’50, quando era ormai iniziata la Guerra Fredda, in Occidente si poté cominciare a parlare della responsabilità russa nella strage di Katyn. In Unione Sovietica, invece, la storia ufficiale raccontò fino alla fine che i polacchi erano stati uccisi dai nazisti. Solo con il crollo negli anni ’90 e con la glasnost la Russia ammise – in piccolissima parte – le sue responsabilità.

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