Sulle fotografie dei morti

Dal ricco libro di Grazia Neri, fondatrice di una delle più celebri agenzie fotografiche del mondo, le riflessioni su quali immagini pubblicare e quali no

di Grazia Neri

I cadaveri durante le insurrezioni. Ha senso pubblicarli? In certi casi sono eroi: se li “guardiamo” (dove “guardare” significa concentrarsi sull’immagine, così come si fa con una poesia), mi sembra che si possa dare un senso alla loro vita fissandola nella storia. Penso, per esempio, a una foto di una donna morta in Cecenia che, se fosse avulsa dalla storia che racconta, rientrerebbe nella categoria “beautiful Suffering”, la compiaciuta ricerca estetica nel fotografare la morte e il dolore. Scattata da Stanley Greene, noto fotografo americano, e parte di un lavoro durato una decina di anni, mostra il cadavere di una donna vestita sdraiata nella neve.

La violenza e la guerra sono così. Non ho mai distribuito questa immagine al di fuori del suo contesto: all’interno del servizio ha un grande valore, da sola diventa ostaggio dell’eventuale didascalia. Anche la fotografia del cadavere di una giovane donna a Sarajevo potrebbe scadere nel “beautiful Suffering”, ma nel libro e nella mostra Bosnia di Roger Hutchings è l’epilogo inevitabile e rigoroso di una tragica sequenza. Accarezzare ancora con gli occhi la bellissima ragazza è come avvolgerla della nostra pietà e del nostro amore. Un richiamo fortissimo alla pace.

Ho ceduto diverse volte la foto del cadavere di Che Guevara (47). È una foto eccezionalmente “bella”. Il cadavere sembra quello di un martire cristiano. Andava distribuita? Credo di sì. Se non lo avessi fatto io per l’Italia, cercando di darla a giornali non ostili al Che, lo avrebbe fatto qualcun altro con meno rigore e passione. Ricordo una fotografia che fece grandissimo scalpore, scattata da Kenneth Jarecke durante la guerra del Golfo (2 agosto 1990 28 febbraio 1991), guerra estremamente censurata: mostra il cadavere di un soldato iracheno morto carbonizzato mentre cercava di uscire da un carro armato in fiamme (48). Questa immagine non venne pubblicata subito, i primi a farlo furono i tabloid inglesi, poi i giornali di fotografia; infine uscì anche in Italia, mi pare su Panorama. È sicuramente una fotografia scioccante. Mentre in genere i filmati sulle guerre non si fissano nella mente, fotografie sconvolgenti come questa non ci lasciano più. Aveva forse ragione Marcel Duchamp che aveva scritto che un’immagine non è nulla se non è scioccante?

Tra i cadaveri che ho censurato, quello di una giovane francese che un giapponese aveva fatto a pezzi e messo in freezer, forse per mangiarlo. Le foto furono pubblicate su un giornale di fotografia francese. Mi rifiutai di venderle in Italia. Trovo curioso che nella stessa giornata in cui si chiedono le fotografie della morte del più celebre talebano, Giuliana Scimè, bravissima critica di fotografia, scriva una recensione alla mostra del World Press Photo 2010 (tenutasi alla Galleria Sozzani nel 2011) criticando drasticamente la scelta delle fotografie: “I visitatori usciranno devastati dall’orrore”.

Sì, l’anno è più cupo del solito, ma gli avvenimenti tragici hanno effettivamente subito un’impennata nel 2010, e non sottoscrivo, e anzi trovo ingiustificata e crudele la frase: “Questo non è fotogiornalismo, ma orripilante informazione visuale fine a se stessa, e nemmeno di qualità”. Ci sono dolore, sangue, violenza, ma le foto di cronaca e d’attualità (dal Messico ad Haiti) sono validissime, e come Giuliana stessa scrive la mostra andrà in Messico, così la popolazione potrà vedere le guerre messe in atto dal narcotraffico nel suo paese.

Christian Caujolle (che ama la fotografia come la vita) ha scritto testi straordinari. Nel suo libro Circostances particulières Souvenirs (Actes Sud) segnala come una delle sue foto preferite sia quella, molto violenta, scattata in Messico da Manuel Álvarez Bravo, che rappresenta un operaio ferito a morte durante una manifestazione. Braccia distese lungo i fianchi, un fiume di sangue dalla testa, il viso pacato. «Il fotografo – scrive Christian, – ha reso eterna l’immagine e noi non possiamo darle un’origine. L’operaio sanguinante è un nostro contemporaneo». Il titolo della fotografia è Operaio che sciopera, assassinato. Ed è il titolo, la scelta del termine “assassinato”, che esprime il punto di vista e la riprovazione, la rivolta di un fotografo che sa che la fotografia da sola non potrebbe testimoniare ciò che non può dire.

(Nella foto, il corpo di Che Guevara esposto in Bolivia nel 1967, MARC HUTTEN/AFP/Getty Images)

Grazia Neri è la fondatrice della prima agenzia fotografica italiana – che si chiamava come lei e ha chiuso nel 2009 – divenuta negli anni una delle più note al mondo. Ha appena pubblicato per Feltrinelli il libro di ricordi e riflessioni sul suo lavoro La mia fotografia, da cui è tratto questo capitolo.

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