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  • lunedì 8 Aprile 2013

La caduta di Margaret Thatcher

Fu su una scalinata di Pechino, nel 1982, e Michele Dalai la raccontò nel suo libro di "cadute strepitose"

di Michele Dalai

C’è qualcosa di molto originale nel modo in cui Zhao parla e si rivolge a lei e ai delegati, forse proprio il fatto che il capo del partito comunista più grande del mondo in realtà non si rivolga né a lei né ai delegati. Parla con qualcuno o qualcosa che nessuno in sala è in grado di intercettare, forse parla con l’essenza stessa del Partito, da bravo pontefice. Ognuno ha il popolo che si merita, pensa Margaret con una fitta di invidia per questo burocrate d’acciaio che può permettersi di governare senza rendere conto a nessuno, di non avere interlocutori che non siano il Partito e i suoi piani quinquennali, che può nascondere ogni nefandezza nell’armadio enorme dei segreti di Stato. Quando Zhao le rivolge l’ultimo ringraziamento e l’interprete sputacchia il suo: «Senk you again Mrs Thatcher, senk you Mrs Prime Minister», Margaret si alza e gli stringe la mano in cerca del diluvio di flash. Che non arriva, perché i fotografi autorizzati sono pochi e le immagini andranno vagliate con attenzione e autorizzate con difficoltà.

È un commiato ufficiale, ma i due si troveranno di nuovo nel pomeriggio, in privato. Gli inglesi vogliono trattare i termini della cessione del territorio di Hong Kong fin nei minimi dettagli e sono pronti a offrire le sovranità in cambio di una fase-cuscino di capitalismo, lunga quanto necessario. Una guerra di posizione che avrà luogo senza pubblico e senza applausi. Margaret lo sa, e quando si alza e chiama a raccolta i suoi per uscire dalla Grande Sala, lo fa con il piglio di chi non ha tempo da perdere e ha un gran bisogno di quiete prima dell’incontro.

La delegazione attraversa la Sala nella quasi totale indifferenza di chi poco prima applaudiva e ora attende un cenno di Zhao per rompere le righe. Gli uscieri spalancano le porte a vetri del Palazzo e gli inglesi si trovano di fronte alla vastità di piazza Tien An Men, che vista dal lato occidentale sembra quasi uno scherzo di prospettiva e profondità. Enorme e ricoperta da una sottile foschia di smog e umidità, l’immagine sfocata di un cratere gigantesco nel cuore di Pechino.

Accanto a Margaret, che si avvicina alla scalinata, c’è quell’uomo alto ed elegante che tanto le ricorda Denis e che lei ha appena rimosso dall’incarico agli Esteri, alla sua sinistra c’è un militare cinese addetto alla scorta e dietro, in ordine sparso, i pochi membri della delegazione. Mentre scende il primo scalino, Margaret pensa che quelle scarpe nere col tacco che ha scelto per sovrastare senza equivoci Zhao non sono poi così comode, e che in futuro non si concederà più vezzi del genere. Al secondo scalino, finge di ascoltare quello che l’uomo alto ed elegante le dice quasi in gergo, una dichiarazione di entusiasmo cameratesco per come sono andate le cose fino a quel momento. Al terzo scalino, si accorge che sulla sua destra c’è una ragazza e le sorride. È una fotografa e indossa una felpa con il cappuccio giallo e una giacca a vento blu, la chiama: «Mrs Thatcher, please», e lei sorride ancora, stavolta a favore di camera per facilitarle il compito. Al quarto scalino, il mal di testa si fa sentire di nuovo, più intenso, e la cappa che incombe sulla piazza le impedisce di respirare a fondo. Al quinto scalino, l’uomo alto ed elegante continua a parlare e Margaret continua a non ascoltarlo e a pensare che ha fatto benissimo a rimuoverlo dall’incarico. Al sesto scalino e poi al settimo, i tacchi troppo alti impongono al primo ministro un’accelerazione che però non viene registrata opportunamente dal corpo e porta a quello che accade all’ottavo. In un attimo Margaret scivola e cade sul fianco destro, un volo che la proietta fino alla fine della scalinata, quattro gradini di urti violenti e pericolosi. Un volo rovinoso che l’uomo alto ed elegante non riesce ad arrestare perché troppo impegnato a parlare da solo, e che il piccolo militare cinese non ha il tempo di prevenire perché troppo spaventato dalla mole della Signora di viola vestita. Margaret cade e tutto si ribalta, la piazza sparisce e le appaiono in rapida sequenza prima i volti stupiti e spaventati dei suoi, poi l’implacabile grigio del marciapiedi su cui finisce la corsa e si accascia. Questione di un secondo, un lungo secondo in cui la fotografa giovane e inesperta si ferma a pensare alla metafora della caduta del potere e il piccolo militare si ferma a pensare alla terribile punizione che il volo dell’ospite gli procurerà. Un secondo in cui l’uomo alto ed elegante pensa che quella donna feroce in fondo se l’è un po’ meritato, e l’assistente personale del primo ministro guarda preoccupata il femore per capire se è successo qualcosa di irreparabile. Poi Margaret si alza da sola, sorride e dice: «Oh dear, I’m sorry!», e riprende a camminare verso l’auto che la attende pochi metri più avanti, e che quel “dear” con cui si scusa sia Denis, l’uomo alto ed elegante, il suo ginocchio o lo stesso Partito comunista a cui parlava Zhao, non lo saprà mai nessuno perché tutto finisce con lo scatto della portiera.

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