La megainchiesta sui paradisi fiscali

Giornalisti di mezzo mondo hanno lavorato per mesi su una massa enorme di documenti riservati: c'entrano dittatori, truffatori e dirigenti di grandi aziende

Tra i documenti analizzati dal ICIJ ci sono anche 30 clienti americani già coinvolti in procedimenti penali per frode, tra cui Paolo Bilzerian, un ex “corporate raider” di Wall Street condannato per frode fiscale nel 1989, e Raj Rajaratnam, un manager miliardario di hedge fund che è andato in prigione nel 2011 per uno dei più grandi scandali di insider trading (utilizzo di informazioni riservate per arricchirsi illegalmente) della storia degli Stati Uniti.
Alcuni nomi italiani che compaiono nei dati raccolti sono elencati in un articolo dell’Espresso.

I meccanismi del mondo off-shore
L’importanza dell’inchiesta non dipende solo dai nomi coinvolti: grazie all’enorme quantità di documenti analizzati, i giornalisti dell’ICIJ stanno facendo luce anche sui meccanismi che regolano le attività quotidiane di queste società off-shore, e di come può essere garantita l’assoluta riservatezza sui loro clienti.

Alcuni documenti, ad esempio, mostrano i legami esistenti tra due grandi banche svizzere, UBS e Clariden, con Trustnet (una delle due società al centro dell’inchiesta). Clariden, che è di proprietà di Credit Suisse, avrebbe garantito altissimi livelli di riservatezza per alcuni suoi clienti, tali da rendere praticamente impossibile l’identificazione dei proprietari di questi conti o società off-shore. Lo avrebbe fatto grazie all’aiuto di Trustnet e alle sue attività di one-stop shop (più o meno “negozio dove trovi di tutto”): grazie ad avvocati, commercialisti a altri esperti, Trusnet è in grado di mettere a punto diverse forme di “pacchetti” segreti di servizi finanziari ai loro clienti, che possono essere semplici e poco costosi, oppure più sofisticati e anche meno decifrabili, a causa dell’intreccio di diversi fondi, società, fondazioni e prodotti assicurativi che li caratterizzano.

Quando i gruppi come Trustnet creano società off-shore per i loro clienti, spesso nominano come amministratori o azionisti persone che non sono i reali proprietari della società ma semplici prestanome. Si crea quindi un sistema di deleghe che impedisce alle autorità di individuare i responsabili di operazioni di riciclaggio di denaro o di altri reati finanziari. Secondo i documenti dell’inchiesta, un gruppo di 28 nomi è servito a fare da legale rappresentante, nel passato recente, per oltre 21mila società.

I tentativi per limitare l’off-shore
Le attività finanziarie che passano per i fondi off-shore hanno dimensioni enormi. James Henry, ex capo economista di McKinsey & Company, ha detto che dalle sue ricerche è emerso che le attività gestite dalle 50 banche private più grandi di tutto il mondo – che spesso utilizzano i paradisi fiscali per fornire servizi ai clienti più importanti – sono cresciute da circa 5,4 miliardi di dollari del 2005 a più di 12 miliardi nel 2010. Inoltre, ha aggiunto Henry, la segretezza dei conti off-shore ha un effetto corrosivo sul funzionamento dei governi e dei sistemi giuridici, perché facilita ai funzionari disonesti l’appropriazione di denaro pubblico, e la creazione di alleanze commerciali oltre i confini nazionali aggirando le regole imposte dalle regolamentazioni finanziarie dei singoli stati.

Negli ultimi due decenni ci sono stati molti gli sforzi, a livello internazionale, per limitare gli illeciti finanziari legati ad attività nel mondo off-shore. Negli anni Novanta l’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica iniziò a fare pressione sulle società off-shore per ridurre la segretezza e rendere più difficoltose le attività di riciclaggio di denaro. Nel 2009 le autorità americane costrinsero la banca svizzera UBS a pagare 780 milioni di dollari per avere aiutato alcuni cittadini americani ad evadere le tasse. Anche il primo ministro britannico, David Cameron, si è impegnato pubblicamente a lavorare all’interno del G8 per frenare le attività illecite nel mondo finanziario off-shore. Nonostante questi sforzi, però, questo rimane ancora oggi una “zona di impunità” per chi è intenzionato a commettere crimini finanziari.

Foto: (BANARAS KHAN/AFP/Getty Images)

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