• Mondo
  • giovedì 4 Aprile 2013

Da Aleppo

Giuseppe Pace è stato nella città siriana devastata dalla guerra civile

di Giuseppe Pace

Tlalil
Un altro paese fantasma. Gli abitanti raccontano che ogni tre-quattro giorni arrivano gli Scud lanciati dall’esercito di Bashar e che negli ultimi sei mesi sono morte dieci persone. Il responsabile del villaggio, Mustafa’ Abdujabar, ci guida da una famiglia di contadini ai margini dell’abitato, alcune case collegate da giardini interni sassosi e sconnessi. Qui l’ultimo missile in ordine di tempo è caduto vicinissimo alle case e la parete esterna di quella principale, quella che dà sul viottolo d’ingresso, è crollata, seppur non del tutto; il pezzo rimasto, poche file di mattoni, ha salvato i bambini che giocavano nella stanza. Il vecchio della famiglia mostra il Corano danneggiato da schegge e detriti e alterna la spiegazione di ciò che è successo ai ringraziamenti ad Allah: è grazie alla sua volontà che i bambini si sono salvati, un altro segnale che bisogna resistere, del fatto che sono dalla parte giusta. “Non abbiamo paura di morire- afferma Mustafa’- vogliamo continuare a combattere fino alla vittoria. Anche se moriamo tutti non è un problema. Vogliamo solo che Bashar se ne vada”.

Marea
Pochi chilometri e siamo a Marea. Qui sei mesi fa l’esercito regolare ha bombardato lo stabile degli uffici dell’anagrafe e la scuola. Sono morti 5 bambini e molti sono rimasti feriti gravemente. Entri nelle aule direttamente dai muri sventrati, macerie ovunque, in piedi sono rimasti i muri portanti, con incassate le lavagne, e quelli che danno sul giardino interno, quelli con sopra le scritte che inneggiano ancora ai messaggi di Stato di prima della guerra civile: la grandezza di Assad, l’esempio siriano, la luce che da esso promana.

L’ospedale sotto terra contro gli Scud di Bashar
Lungo la strada si susseguono insediamenti abitati. Distese di campi. Bambini in strada che si spostano solo di fronte agli ultimatum dei clacson, pecore che avanzano lente, donne e anziani. L’uomo al volante ferma l’auto, dice che dobbiamo cambiarla. Prima però ci porta a un condominio, ci fa scendere attraverso una discesa che sembra porti a cantine, rimesse. Invece è l’ingresso di un ospedale: “Lo abbiamo costruito sottoterra per sfuggire agli Scud di Bashar”, spiega Tarek (niente cognome), il responsabile della struttura. Un uomo giovane che parla a voce bassa, sembra avere l’aria rassegnata ma non si ferma mai, lui va avanti. Ci lascerà fare solo qualche foto dentro, non fuori: niente immagini del luogo, niente nomi della località in cui si trova, non possono correre il rischio di essere scoperti e bombardati. “Abbiamo realizzato questo ospedale nel 2011- racconta- è il solo nel raggio di chilometri e ogni volta che arrivano gli Scud si presentano trenta-quaranta persone per farsi curare, senza contare i morti. Assistiamo più di cento persone ogni giorno, è un ospedale aperto a tutti, nessuna preclusione, facciamo entrare membri dell’Esl e altri, donne, bambini, anziani, gente povera, tutti, e tutti i servizi sono gratuiti. Abbiamo attrezzature che funzionano ma ci mancano gli specialisti, abbiamo solo 5 medici generici in servizio, fare esami o operare nella sala chirurgica è un problema, ripeto, ci mancano i medici specializzati, molti se ne sono andati e quelli che potremmo assumere vogliono almeno mille dollari al mese, impossibile per noi. Questo ospedale costa un milione di lire siriane al mese e da tre mesi non paghiamo gli stipendi. Siamo alla ricerca di associazioni o organizzazioni che possano sostenerci, non solo soldi, qualcuno che condivida la gestione e i servizi da erogare”. Ma non c’è solo questo: “Noi non vogliamo mandare persone a curarsi in Turchia. Quando succede, quando vengono trasferite, nel giro di poco muoiono e tornano cadaveri, corpi spesso aperti e poi ricuciti davanti”.

Hanno creato una sala per i casi urgenti, un ambulatorio di primo soccorso, hanno la Tac, gli strumenti per gli esami del sangue e possono fare trasfusioni, così come esiste una sala operatoria ben attrezzata. In caso di lungodegenze, i parenti vengono accolti. Ma i locali sono bui, le norme igieniche è impossibile rispettarle, i muri sono umidi e vi sono infiltrazioni: me è un ospedale sotto il livello della strada, non si può davvero pensare di poter fare di più.

Industrial City – Sheikh Najar (Aleppo)
Percorriamo strade parallele alla numero 214. I posti di blocco dell’Esl si intensificano ma la nostra scorta mostra spesso grande affidabilità e familiarità con i soldati ribelli. Lungo le strade sempre bambini, greggi di pecore, vecchi e uomini seduti in cerchio a consumare il pranzo. Finché non arriviamo all’immensa area industriale a nord-est di Aleppo, la Industrial City – Sheikh Najar. Viali immensi che incrociano perpendicolari, corsie larghe, banche, fabbriche e stabilimenti dappertutto, ma tutti fermi. Le persone in alcuni edifici ci abitano, sedute su balaustre che diventano terrazze improvvisate, uomini che sembrano camminare sui muri. Case improvvisate divenute sistemazioni abituali. È la città industriale alle porte di Aleppo, architettura imponente e squadrata, un impero però che non produce più forza, potenza, ricchezza. “Quando il regime ha abbandonato il terreno ha rubato tutto, sono rimasti solo i fabbricati. Non appena possibile, l’Esl cercherà di riportare le persone a lavorarci dentro”, spiega chi ci accompagna.

L’ingresso della città industriale, poco dopo l’arco trionfale che ne sancisce il confine, è presidiato dall’ennesimo posto di blocco dell’Esercito siriano libero: un pick up con un lanciarazzi montato sopra, fittoni in mezzo alla strada, una strettoia obbligatoria, ti devi fermare: un giovane con un passamontagna nero e la divisa, altri a volto scoperto, tre baci di saluto con l’autista e via libera, passate. Più avanti, un altro alt obbligatorio, davanti al centro direzionale, gli uffici da cui veniva gestita l’intera Industrial City. Tre giovani, due di Aleppo e uno di Darah, sotto Damasco, venuto per combattere. Sono vestiti normalmente, jeans e camicia. Dentro il casotto che fa loro da posto di guardia, quattro fucili e due pistole: “Se serve spariamo. Allah è con noi”.

Aleppo
La meta del nostro viaggio. Quasi la città simbolo della guerra civile in Siria. Ci siamo arrivati dopo aver percorso strade spesso improbabili a velocità pazzesche anche in un autodromo regolare, con i due uomini che ci hanno scortato che cambiavano sim telefoniche di continuo, fumavano senza smettere mai e tenevano musica araba a tutto volume nell’abitacolo. Misure di sicurezza, ma anche un mondo a parte per isolarsi dall’esterno, da tutto ciò che non puoi vedere sempre, o anche solo ascoltare. Non so chi abbia più ragione o torto in questa guerra, che chi vive qui dice durerà così per anni, eserciti come duellanti infiniti. I due uomini che ci hanno portato fino ad Aleppo e che ci riporteranno indietro, al campo di Bab al Salam, spesso sorridono, offrono sigarette e non vogliono soldi. A pochi chilometri dal confine turco, prima di lasciarci, uno di loro ha voluto a tutti i costi che entrassimo nella sua casa, a consumare tè e il loro caffè. Sono arrivati tutti i componenti la famiglia, molti bambini, bellissimi, coi loro occhi da adulti dentro facce da piccoli.

 

« Pagina precedente 1 2