12 grandi cose di Jannacci

Che chiamarle solo canzoni è riduttivo

Vivere (O vivere o ridere, 1976)
Gran melodia da cabaret sull’emancipazione dalla schiavitù sentimentale, cantata con frizzi e lazzi (“C’è il banjo! C’è il banjo!”): “Oggi che magnifica giornata, che giornata di felicità: la mia bella se n’è andata, mi ha lasciato alfine in libertà. Son padrone ancor della mia vita”.

Mario (Fotoricordo, 1979)
Mario è un adorabile personaggio gucciniano (inventato, con Roberto Dané e Danilo Franchi, da Pino Donaggio, quello di “Io che non vivo più di un’ora senza te”, e delle colonne sonore di Brian De Palma): la canzone lo mette di fronte ai suoi pensieri, a quello che è stata la sua vita, e al mondo intorno a lui.
“Mario, io ti vedo alle sei di mattina girare, te e la tua bicicletta. Mario, due speranze nel cuore: un po’ di giardino e un sogno, la tua casetta. Alla sera ti fermi nel bar qui vicino, giusto per bere un bicchiere. E nel bianco degli occhi, nel rosso del vino, muoiono le sere”.
A chiudere, la trovata metaletteraria: “Mario, non ti resta che ascoltare l’eco che hanno messo nel finale-e-e-e”.

Io e te (Fotoricordo, 1979)
“La bellezza dei vent’anni è poter non dare retta a chi pretende di spiegarti l’avvenire e poi il lavoro e poi l’amore”
Jannacci ironizza sul contrasto tra le immagini romantiche della gioventù e la disperazione di certe gioventù. Il disco originale in cui era contenuta, come altri di Jannacci, chissà quando uscirà in cd: e meglio non pensar male.

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