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  • giovedì 14 Marzo 2013

La Chiesa argentina e la dittatura

Una storia dolorosa e complicata, tornata d'attualità dopo l'elezione del Papa, a sua volta tirato in mezzo soprattutto da uno scrittore e attivista argentino

In diverse occasioni, esponenti di primo piano del clero argentino negarono l’esistenza di crimini e di violazioni dei diritti umani in Argentina, descrivendo invece l’instaurazione della giunta militare come un’azione benvenuta per fermare il comunismo. Tra il clero cattolico ci furono casi di aperto sostegno ai militari, in particolare tra i cappellani dell’esercito: non solo per la loro supposta opera di difesa del cattolicesimo e del nazionalismo argentino, ma anche, nei casi più estremi, per l’uso della violenza.

Le dichiarazioni pubbliche che si avvicinarono di più a un appoggio esplicito della dittatura furono quelle di Tortolo, dell’arcivescovo di La Plata Antonio José Plaza e di monsignor Bonamín, il vescovo incaricato delle forze armate. Per fare un esempio del livello a cui potevano arrivare le dichiarazioni del clero più vicino al regime, Bonamín disse, in una cerimonia del 1981 in presenza di Videla: «i membri della giunta militare saranno glorificati dalle generazioni future».

Concludiamo con le posizioni ufficiali. Il primo documento della Conferenza Episcopale Argentina – di cui Bergoglio non faceva ancora parte – dopo il golpe è del maggio del 1976 ed è particolarmente ambiguo: si condannano gli omicidi e i sequestri ma si dice anche che

sarebbe facile peccare con un eccesso di buona volontà per quanto riguarda il bene comune, se si pretendesse che gli organismi di sicurezza agissero con purezza chimica, da tempo di pace, mentre ogni giorno scorre il sangue; se si regolassero i disordini la cui profondità tutti conosciamo senza accettare i tagli drastici che la situazione impone; oppure se si rifiutasse il sacrificio sugli altari del bene comune di quella quota di libertà che la situazione richiede; oppure se si pretendesse di impiantare soluzioni marxiste con pretese ragioni evangeliche.

Durante gli anni della dittatura, quindi, si procedette tra le coraggiose prese di posizioni di alcuni sacerdoti – la minoranza, che a volte pagava con la vita – e la maggioranza e i massimi vertici della Chiesa, che aiutavano in silenzio nel migliore dei casi ed erano apertamente conniventi con la dittatura nei peggiori. E più si sale nella gerarchia, più il rapporto con il potere era stretto.

Jorge Mario Bergoglio e la dittatura
Nel 1976, Bergoglio, allora quarantenne, non faceva parte della Conferenza Episcopale. Ne faceva parte invece nel 2000, come arcivescovo di Buenos Aires, una delle sedi più importanti dell’Argentina. Quell’anno, l’organismo dei vescovi argentini chiese scusa pubblicamente per quanto avvenuto durante la dittatura, dicendo «Vogliamo confessare davanti a Dio ogni cosa sbagliata da noi commessa». È opinione diffusa che, con la nomina ad arcivescovo di Buenos Aires di Bergoglio, si sia scelto un “moderato” lontano dagli eccessi nazionalisti e più reazionari che erano sempre stati presenti nel clero argentino. Ma quali sono le accuse contro Bergoglio, negli anni decisivi?

Chi chiama direttamente in causa Bergoglio per i crimini commessi negli anni della dittatura militare è soprattutto un giornalista, scrittore e attivista argentino di nome Horacio Verbitsky. Verbitsky, oggi 71enne, ha fatto parte dell’organizzazione armata dei Montoneros, oppositori della giunta militare negli anni Settanta, ma è diventato celebre soprattutto per la sua carriera di giornalista d’inchiesta (Verbitsky ha anche un blog sul Fatto Quotidiano).

In particolare, nel 1995 ha pubblicato un libro che è diventato un bestseller in Argentina e gli ha dato notorietà internazionale: Il volo, basato principalmente sulle confessioni di un ufficiale della marina di nome Adolfo Scilingo che raccontò i crimini e le torture dei militari nella grande caserma dell’ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada, oggi un museo) a Buenos Aires. L’ESMA è oggi uno dei luoghi simbolo dei crimini della dittatura argentina.

Verbitsky discende da una famiglia ebraica e non ha mai nascosto la sua diffidenza ostile verso la parte più reazionaria della Chiesa cattolica argentina, diffidenza che è legata anche a diverse esperienze personali fin da ragazzo. Un suo libro che chiama in causa direttamente Bergoglio è stato pubblicato dieci anni dopo El vuelo, nel 2005, con un riferimento chiaro anche nel titolo: El silencio: de Paulo VI a Bergoglio: las relaciones secretas de la Iglesia con la ESMA (il libro è stato pubblicato in italiano da Fandango con il titolo L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina). La tesi del libro è che la gerarchia ecclesiastica argentina ebbe un ruolo attivo di complicità e di supporto della dittatura, arrivando alla “giustificazione teologica” anche dei suoi aspetti più chiaramente criminali e repressivi.

L’episodio centrale su Bergoglio riguarda il rapimento di due sacerdoti appartenenti all’ordine dei gesuiti, Orlando Yorio e Francisco Jalics. Questi vennero rapiti nel maggio del 1976 da militari della marina argentina e rilasciati dopo sei mesi di torture nella famigerata caserma dell’ESMA di Buenos Aires. Secondo Horacio Verbitsky, l’allora capo dei gesuiti ritirò la sua protezione nei confronti dei due sacerdoti, dando in questo modo un assenso più o meno implicito al loro rapimento. Le accuse sono mosse da Verbitsky sulla base di alcune dichiarazioni di Jalics, che dopo il rilascio si spostò in un monastero tedesco.

Il primo punto problematico è che l’ordine di Bergoglio a Yorio e Jalics di abbandonare la loro missione nelle villas miserias è del febbraio del 1976, un mese prima del colpo di stato militare. Inoltre, quel “via libera” che sarebbe implicito nell’ordine non è supportato da nessun documento che testimoni di contatti diretti tra Bergoglio e i militari. Verbitsky riporta poi che, in gioventù, Bergoglio fece attività politica in un’organizzazione della destra peronista, la Guardia di Ferro (stesso nome di un’organizzazione fascista rumena). Un buon riassunto delle accuse contro Bergoglio contenute nel libro di Verbitsky, in ottica piuttosto “colpevolista”, si trova in questo articolo di Peace Reporter del maggio 2006.

Bergoglio ha fatto pochi riferimenti alle accuse contro di lui, negando sempre ogni comportamento scorretto e chiamando la ricostruzione di Verbitsky “calunnie”. Ha detto che, al contrario, negli anni della dittatura operò segretamente «fin dalla notte del rapimento» per ottenere il rilascio del due gesuiti dall’ESMA, così come di altri arrestati dai militari. In un libro autobiografico pubblicato nel 2010, El Jesuita, ha scritto: «Ho fatto quello che ho potuto con l’età che avevo [40-47 anni, NdR] e le poche relazioni con quelli che contavano, e ho supplicato per le persone sequestrate».

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