Teoria e tecnica della “colonna destra”

Un nuovo libro con l'analisi più completa e aggiornata delle testate online italiane, e un'attenta spiegazione del "boxino morboso"

di Alessandro Gazoia

Chi apra l’edizione web dei giornali più autorevoli di molti altri paesi non troverà la nostra colonna di destra (intendendo ora il termine non in senso strettamente tipografico). Il New York Times, il Washington Post, il Guardian non offrono quei contenuti e quelle forme, anche se non sono certo privi di articoli sul mondo dello spettacolo, lo sport, gli animali e le vacanze. Il Guardian dedica spesso la foto grande in alto nella home page al calcio o ad altro evento sportivo di rilievo e anzi, impegnato com’è nella ricerca di nuove vie per finanziare il suo progetto giornalistico ad «accesso libero» (open access), ha persino un sito d’incontri per trovare l’anima gemella (Soulmates), ma in primo luogo distingue chiaramente tra iniziative collaterali e giornalismo, in secondo luogo affronta ogni contenuto mantenendo alti standard di professionismo e cura, in terzo luogo non supera mai certe soglie. Il servizio automatico nella colonna di destra per ogni giornata di shopping di Nicole Minetti o giro in moto di Fabrizio Corona non è né previsto né consentito (e non perché manchino accettabili cloni britannici di quei personaggi, sebbene i nostri abbiano – diciamo – caratteristiche e relazioni distintive).

Il MailOnline (Daily Mail), il quotidiano online più letto al mondo con oltre 50 milioni di utenti unici al mese, ha la colonna di destra per eccellenza e segue senza tregua le celebrità, documentando in centinaia di articoli al giorno ogni minima mossa di Rihanna, Kate e Pippa Middleton, Balotelli e purtroppo pure di Suri Cruise. I 2.000 articoli con foto dedicati sinora dal giornale a una bambina che deve ancora compiere sette anni non sembreranno a molti cosa moralmente accettabile. Soprattutto quando si consideri che di Suri Cruise sono sempre ricordate l’eleganza, lo stile e la bellezza con parole e immagini profondamente disturbanti, proprio per gli ammiccamenti giocati con ostentata «innocenza». Ecco un esempio scelto a caso tra i più recenti:

la precoce bimba di sei anni è stata avvistata vestita tutta di rosa, con cappotto imbottito, gonna corta, sciarpa, cuffie e stivali, ma a gambe nude nonostante il tempo freddo di dicembre – forse perché non è riuscita a trovare collant dello stesso colore. [trad. mia]

E a una prima foto di Suri e mamma Katie Holmes con didascalia «Barbie Girl» ne segue un’altra con ingrandimento sulla bambina ripresa a figura intera e didascalia «In perfetta forma: nonostante il freddo Suri era senza collant di lana rosa» (non manca, al solito, il facile gioco di parole: in the pink, letteralmente «nel rosa», significa «in forma perfetta», in condizione rosea).

Questi eccessi morbosi di attenzione su minori non compaiono sulla colonna di destra italiana di Repubblica e nemmeno in quella dei peggiori imitatori (anche perché vi sono norme precise che lo vietano) e sono sufficienti a mostrare il cinismo operativo del quotidiano su web più visto al mondo. Ma pure in questo pessimo caso i 50 milioni di utenti unici al mese del MailOnline possono contare su di un «giornalismo specializzato di grande qualità». L’espressione precedente, nonostante le molto necessarie virgolette, non è un paradosso, perché quell’informazione bassa è pur sempre fatta con tecnica e mezzi assolutamente superiori alle imitazioni nostrane.

Il contenuto dell’articolo su Suri Cruise appena commentato viene infatti offerto alternando brevi blocchi e immagini in una sola pagina, senza ricorrere alla galleria fotografica o alla paginazione. Il primo mezzo costringe a scomodi clic multipli o a uno slideshow e costituisce in Italia la modalità di diffusione principale delle notizie «foto-centriche», mentre in altri contesti, ad esempio sull’Huffington Post, spesso viene offerto in chiusura, a compendio o arricchimento del post; il secondo, la divisione di un articolo in pagine web di piccolo formato, può essere usato onestamente, alla New York Times, o con troppa disinvoltura, cioè in modalità acchiappaclic, alla Giornalettismo (per citare un nome tra i tanti). Queste due scelte di presentazione vengono adottate frequentemente per gonfiare le pagine viste, parametro importante della raccolta pubblicitaria e anche occasione per offrire maggior spazio d’inserzione.

Ogni foto di Suri è inoltre di buona qualità (sia per tecnica fotografica che per copia riprodotta su web, intendo qui risoluzione e formato) e ha una chiara didascalia secondo lo schema breve commento: descrizione già visto con «in the pink». Tutte le immagini sono agevolmente scaricabili, senza blocchi sul tasto destro (come nelle fotonotizie di Repubblica) e altri artifici, che ovviamente non impediscono a chi abbia un minimo di conoscenze informatiche di prelevare i file.

Il MailOnline non lancia poi gli scatti d’agenzia con un semplice «Alba Parietti in topless a Capalbio» o «Vittorio Cecchi Gori in spiaggia a Sabaudia con la fidanzata Filly»; se decide di creare un contenuto web, tira alla storia. E quando la storia non esce facile, la contorna di foto d’archivio e vecchio materiale sul personaggio in modo da crearne un’imitazione non troppo indegna. Sempre «una storia che la gente vuole leggere», e ovviamente qui vi è un apprendimento con feedback da parte del pubblico e il processo di formazione del desiderio e del gusto è continuamente contrattato. Il MailOnline con 500 post al giorno si può inoltre permettere qualche pesante insuccesso e qualche rara vetta, un pezzo giusto un po’ migliore o peggiore degli altri, che, come gli altri, svolge diligentemente il proprio compito d’intrattenimento/informazione e non entrerà nella storia del giornalismo. Anche se, non raramente, farà «il giro del web» e verrà ripreso dai giornali di tutto il mondo, a cominciare dalla colonna di destra di Repubblica.

L’imitazione nostrana non è però quasi mai tecnicamente felice, oltre a «non essere consona al prestigio della testata», perché si sottovaluta l’impegno e la specializzazione necessari per produrre in serie quei materiali bassi. O meglio, dovendo questi contenuti bassi, veloci, numerosi e caduchi finanziare il giornalismo serio, non pare economicamente sensato dedicarvi maggiori risorse. Luca Sofri negli appunti per il suo intervento al Festival Internazionale del Giornalismo 2012, «Il mondo salvato dai giornalisti», spiegava:

In questo, i giornali italiani sono molto più dilettanteschi e arretrati: i loro meccanismi principali di sviluppo del traffico online sono due, il boxino morboso e le gallery. Il boxino morboso, termine che ormai molti conoscono, è quello spazio sempre più sconfinante in cui vengono messi gossip, soft-porno, video con stranezze, papere calcistiche, e notizie strano-ma-vero in generale. Ma lo stesso termine definisce un approccio che ormai dilaga su tutte le notizie […] L’altro strumento di incremento traffico abusato è quello delle gallery, per cui ogni tema, ogni storia, viene «gallerizzato» – anche quelli meno fotograficamente rappresentabili – in modo da moltiplicare le pagine viste. […] su alcuni siti americani la ricerca è molto più avanzata e scientifica, su questo fronte: ma non sono i corrispondenti siti dei giornali internazionali a condurla. Voi avete mai visto il boxino morboso o l’abuso delle gallery sul Guardian, sul New York Times o su Le Monde? No, per qualche ragione quei giornali ritengono che il loro ruolo e la loro offerta siano diversi, pur nella crisi di profitti che riguarda anche loro.

Sofri si riferiva soprattutto a testate americane come BuzzFeed, ma il modello del Daily Mail è ancora più pertinente, sia perché si tratta di quotidiano tradizionale su web, sia perché continua a puntare soprattutto sulla grande quantità di pagine viste per gli introiti dalla rete; non pare cioè molto impegnato in quelle forme di native advertising, articoli scritti direttamente da aziende e indistinguibili da normali contenuti editoriali di un sito, che tanto spazio hanno su BuzzFeed e pure sull’Huffington Post.

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