• Mondo
  • mercoledì 27 Febbraio 2013

Com’è ad Atene

Questi giorni nel paese "che non ha Berlusconi", una cronaca in piano-sequenza di Filippomaria Pontani

di Filippomaria Pontani

Nelle pagine economiche del Vima, il più autorevole giornale di quaggiù, si parla di lenta ripresa, di ritorno della fiducia degli investitori, di prospettive buone per la seconda metà dell’anno. Si soggiunge poi che ci saranno cartolarizzazioni dei beni immobili pubblici, una nuova legge anti-corruzione, un nuovo sistema fiscale per evitare l’evasione (per mostrarsi volonterosi, tutti i negozi ti stampano una ricevuta grande come un lenzuolo anche se compri una matita), lotta al lavoro nero e alle pensioni false. Intanto il governo corre in Qatar, in Turchia, negli Emirati, in Germania, per cercare di attirare investimenti che sostituiscano quelli indigeni, latitanti da anni. Perché poi è vero: le Cassandre sono state smentite, la Grecia è ancora nell’euro, ha perso chi aveva osato dubitare, come i Roubini, i Varufakis (l’economista per il quale la Grecia sarebbe diventata un euro-protettorato come il Kosovo): la data critica dell’autunno 2012 è stata superata. Ma perfino sul Vima si osserva che questa è una stabilità apparente, non dissimile da quella di Weimar: nessuno investe, nessuno compra, salvo forse gli stranieri interessati alla svendita del patrimonio pubblico tramite le privatizzazioni forzose che il governo ha già messo in calendario per i prossimi mesi: la rete degli aeroporti, l’azienda telefonica, la compagnia nazionale di autobus – per chi conosce la Grecia, le tre realtà che, letteralmente, tengono insieme il Paese. Nel frattempo, un milione e mezzo di Greci sono disoccupati, 3 milioni sono sotto la soglia di povertà, i tagli di questa settimana sforbiciano del 44% l’organico di 4 ministeri, mentre quelli della settimana scorsa abbassavano di colpo alcune pensioni da 800 a 550 euro (un metalmeccanico non guadagna più di 700); e i politici, ben chiusi dietro i fortilizi del potere, pensano a come sbianchettare i propri nomi dalle liste internazionali degli evasori fiscali.

Tutto per tornare a crescere, si dice. E intanto poco trambusto, se non in certi ambienti, provocano le cose incredibili che succedono attorno: la distruzione della sanità pubblica, ormai inattingibile ai più; il piano di accorpamenti e riduzioni di corsi di laurea e di interi atenei (nome augurale: “progetto Atena”); gli atti terroristici e di sabotaggio di stampo anarchico o nazista; i pestaggi della polizia sui presunti autori di devastazioni a Kozani (la città delle boiseries del Benaki, nel nord della Grecia) – ventenni anarchici ateniesi brutalizzati per ore nel commissariato della città, prima di essere coperti di una quantità di capi d’accusa tale da far temere una lunga carcerazione, e di essere definiti “terroristi” da un preoccupato ministro dell’interno; ma, quel che è peggio, le foto degli arrestati sono state distribuite ai giornali con ampi ritocchi di Photoshop volti a celare i segni delle percosse, ritocchi poi smascherati dalla stampa e minimizzati come “utili e inevitabili” dalle autorità (del resto, nel corteo di Alba dorata descritto sopra, le decine di migliaia di persone erano tenute a bada da due volanti due: c’erano più poliziotti tra i manifestanti, molti sospettano, che non a pattugliare le strade). E se qualcuno si chiede dove sia la Chiesa in tutto questo, basta che legga il recentissimo libro di Stavros Zumbulakis Alba dorata e la Chiesa per capire come si stia di nuovo configurando quell’atteggiamento ambiguo o a tratti fiancheggiatore che era stato tenuto anche all’epoca dei Colonnelli. E se qualcuno si chiede se l’odio per lo straniero stia attecchendo anche al di là delle scarpe chiodate, basta che passi nelle edicole degli aeroporti dove campeggiano tra i best-seller difficili volumi di storia e di economia come quello di Ghiorgos Romeos, Dal minorenne Ottone alla cancelliera Merkel – 180 anni di presenza tedesca in Grecia o quello di Ghiorgos Maluchos L’ascesa e la caduta dell’Europa tedesca (entrambi Patakis 2012): il primo è dedicato alla continua ingerenza dei Tedeschi, dal primo re di Grecia (Ottone, di stirpe bavarese) all’età dell’occupazione nazista fino al predominio della Merkel sul governo fantoccio di ora; il secondo sostiene invece la tesi che la Grecia sia stata l’alibi tramite cui la Germania ha imposto la propria politica di austerità e di rigore (fondamentalmente antieuropea) per realizzare un disegno egemonico insito nel concetto di Reich e perseguito con determinazione sin dai tempi di Bismarck.

«I morti non sanno che il linguaggio dei fiori: / per questo tacciono, / viaggiano e tacciono, patiscono e tacciono / nel paese dei sogni, nel paese dei sogni» (Giorgio Seferis, Stratis Thalassinòs tra gli agapanti, 1942)

Lentamente, inizia a mobilitarsi l’arte: una raccolta di racconti dal titolo L’impronta della crisi (a cura di E. Bura e M. Chartulari, Metechmio 2013) affronta diversi aspetti dell’abisso, dai pensionati suicidi ai laureati depressi, dai politicanti megalomani allo studente albanese che non sa se diventerà mai un Greco – e intanto scopre che il vicino di banco è nazista. Fino a quel commerciante che perde il negozio, perde la casa ipotecata e finisce per strada abbracciato al suo laptop (splendida trovata di Kallia Papadaki). Alla prossima Biennale di Venezia vedremo tre video di Stèfanos Tzivòpulos dedicati all’Atene della crisi, in cui la protagonista è una vecchia mendicante pazza che crea fiori, fiori e fiori con le banconote di euro. Ma ci vorranno anni perché l’arte metabolizzi davvero ciò che sta avvenendo, il ritorno di fantasmi mai sopiti e il terrore continuo di un precipizio più profondo, lo scollamento fra un popolo disperato e un’élite di giornalisti, di economisti e di intellettuali che vivono ancora bene e disprezzano la miopia dei connazionali, deprecando accuratamente ogni soluzione radicale di un male per cui non conoscono rimedi. Chissà se il viaggio recentemente intrapreso in Germania e in America da Tsipras e da altri esponenti di Syriza (nel frattempo salita nei sondaggi oltre il 27%), avrà contribuito a illuminare almeno le classi dirigenti di alcuni Paesi (le cui opinioni pubbliche, da molti mesi, non sono praticamente per nulla informate di quanto sta avvenendo in Grecia) circa i rischi sociali e culturali che si stanno correndo, e forse a indurre un ravvedimento operoso circa la politica neoliberista seguita quasi ovunque fin qui, e subita con poche rimostranze dalle cosiddette sinistre di governo. Dal canto nostro, non è mestiere rimarcare quanto le tematiche che si affrontano ad Atene (le privatizzazioni, i tagli, la politica di rigore, il rapporto con l’Europa e la Germania) siano di importanza così capitale per il futuro immediato dell’Italia da meritare in teoria un posto di assoluto spicco in una campagna elettorale che invece – fatte salve alcune prese di posizione chiare e distinte – con ostinazione o imbarazzo le schiva.

Nella foto: un lavoratore nel Porto del Pireo durante lo sciopero dei marittimi (AP Photo/Petros Giannakouris)

« Pagina precedente 1 2 3 4