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  • mercoledì 27 Febbraio 2013

Com’è ad Atene

Questi giorni nel paese "che non ha Berlusconi", una cronaca in piano-sequenza di Filippomaria Pontani

di Filippomaria Pontani

Ma la macchina da presa, a questo punto, deve zoomare. Deve seguire quei gruppetti, spiegare le loro bandiere greche, accompagnarli alla confluenza dei loro compagni pochi metri oltre il Benaki, pochi metri prima dell’Hilton, in un punto nevralgico di Atene a fianco del sito in cui sorgeva il Liceo di Aristotele (le rovine sono lì, ancora le stanno scavando). La macchina da presa deve scoprire che le bandiere greche sono diventate decine, centinaia, che tra di esse sono spuntate tante bandiere rosse, ma che su quel rosso c’è un simbolo che è tanto simile a una svastica da sembrare uguale; la macchina da presa deve scoprire il grande cartello sulla sinistra del palco “IMIA 1996”, e capire d’emblée che questo è un raduno di Alba Dorata, un gigantesco raduno di uomini dagli sguardi torvi, vestiti di scarponi e giacche nere e armati di torce che brandiscono come mazze: è la fiaccolata per ricordare i 3 ufficiali greci morti 17 anni or sono nella scaramuccia territoriale con la Turchia nata in seguito alla disputa territoriale su uno scoglio disabitato dell’Egeo chiamato appunto Imia. La macchina da presa non sa come svelare che la canzone di Xiluris riprendeva in realtà originariamente una canzone anti-turca (ed è in questa chiave che viene ora qui riproposta, per lo scandalo dei giornali di domani mattina), né come ascoltare con compostezza le deliranti parole con cui il capo Nikos Michaliolakos sobilla le folle sempre crescenti che ha dinanzi, che si mettono in marcia verso i nuovi headquarters del partito (accreditato ormai del 15%), passando dinanzi all’ambasciata americana e poco lontano da un centro sociale (presagi di scontri, pestaggi, fughe in motorino: tanto la polizia arriverà sempre a cose fatte). “Merda / merda / alla tomba di Kemàl”. “Fuori i Turchi da Cipro”. “Turchi buffoni as-sas-si-ni”. “Fuori gli stranieri dalla Grecia”. “La Grecia appartiene ai Greci”. Tutti slogan in rima, scanditi nel passo militare che i battaglioni organizzati nel corteo eseguono in ritmo, ognuno ai comandi di un capo-settore con la testa rasata.

«E di più grande onore sono degni / se prevedono (e molti lo prevedono) / che spunterà da ultimo un Efialte / e i Persiani, alla fine, passeranno» (Costantino Kavafis, Termopili, 1903)

Parole d’ordine che si mescolano ad altre: “Abbasso la Giunta del me-mo-ran-dum” (il memorandum è il piano di lacrime e sangue imposto alla Grecia dalla trojka di UE-FMI-BCE, qui ribattezzata come “Giunta” dagli stessi che hanno appena seppellito con tutti gli onori l’ultimo colonnello della vera Giunta del ’67); “Tsipras, Stournaras, fanculo Che Guevara” (i primi due sono rispettivamente il capo del partito di sinistra radicale e il ministro delle finanze dell’attuale governo); “cialtroni, traditori, politici”, “ordine, esercito, nazionalismo”, “religione, popolo, nazionalismo”, “sangue, onore, alba dorata”. E mentre un fotoreporter sul bordo della strada posa l’apparecchio strabiliato dal numero dei manifestanti (decine di migliaia, un serpente interminabile, e l’anno scorso erano meno della metà), arrivano gli slogan che fanno la gioia del classicista: “Ellàs, Ellàs, i tan i epi tas”, “Grecia, Grecia, o questo o sopra di questo” (il motto delle madri spartane ai figli quando davano loro lo scudo per andare in guerra: dovevano o riportarlo vittoriosi oppure tornare cadaveri sopra di esso); “Molòn labè” “Vieni a prenderle” (il motto dello spartano Leonida rivolto al re persiano che gli chiedeva la consegna delle armi alle Termopili). Non è questa la Germania del III Reich, non è nemmeno il Cile di Pinochet, ma ancora una volta il mito di Sparta fa breccia nella cultura dell’estrema destra militarista e xenofoba, e si oggettiva in una visione delle proprie radici (qui in Grecia, immediate radici) che anni di studi e di università hanno vanamente cercato di estirpare. Chissà che fremiti di orrore pervaderanno le polene delle navi della guerra di liberazione con l’immagine di Leonida e Temistocle, nel Museo Storico Nazionale, a pochi metri da qui, là dove sulle bandiere dei Rivoluzionari campeggiano slogan bellicosi (“libertà o morte”, “vittoria o morte”) volti però alla costruzione di un’identità che oggi, palesemente vacilla. Chissà che aria tirerà, appena dietro le rovine del Liceo, nella residenza del premier Samaràs, nella residenza del Presidente della Repubblica, e nell’ambasciata di Turchia, edifici tutti racchiusi in un fazzoletto.

Fine del film, in una di quelle scene di massa che Anghelòpulos amava, e cui giustapponeva a volte gli sguardi attoniti dell’arte, come quello dell’Agamennone della scultrice Venia Dimitrakopulu, esposto proprio lì nella mastodontica hall dell’Hilton. Maschere, volti di Medusa. E Occidentali chini sulle rovine della Grecia, come nella strepitosa invenzione artistica di Vanghelis Vlachos (al Museo Nazionale di arte contemporanea, anch’esso appena dietro le rovine del Liceo), dove le foto di diversi scavi del ‘900 mostrano archeologi inglesi, tedeschi, americani nell’atto di curvarsi su un mondo passato che cercano di capire, proprio come oggi l’intero establishment economico internazionale si piega sul capezzale della Grecia presente, quasi immemore dei mali che porta.

Perché gli Occidentali, anche se nessuno se ne cura, hanno sbagliato il moltiplicatore. Una parte importante del dibattito politico degli ultimi tempi in Grecia ruota attorno a un errore di conto: l’errore ammesso con rammarico da Olivier Blanchard, economista del Fondo Monetario Internazionale e autore di un importante articolo scritto a quattro mani con Roberto Perotti, docente alla Bocconi e chez nous infaticabile dispensatore di raccomandazioni ai partiti politici e alle università (delle cifre strampalate nel suo libro L’università truccata si è già ampiamente detto altrove). Ebbene, in quell’articolo si sosteneva che per ogni punto percentuale di taglio delle spese statali il PIL arretra di 0.5 punti (in sostanza: taglio un euro a scuola e sanità, e nel PIL perdo 50 centesimi); la realtà è che, nel caso greco e nella congiuntura di crisi corrente, il moltiplicatore non è 0.5 ma si aggira attorno all’1.7 – il che spiega, incidentalmente a posteriori, come mai dopo tre anni di cura della trojka il PIL greco sia in caduta libera. In poche parole, secondo l’ammissione dello stesso Blanchard, sono stati sottostimati gli effetti recessivi delle politiche di austerità. Considerando gli effetti di queste politiche sulla carne viva della società greca, uno si aspetterebbe una reazione, una sollevazione generale, una denuncia. E invece prevale di nuovo lo sguardo di Medusa: il primo ministro Samaràs, che deve parte cospicua della sua poltrona e della sua peraltro traballante maggioranza alla propaganda delle cancellerie occidentali in favore di una classe politica pur largamente corrotta, se ne esce con un casto “nessuno è infallibile”, predicando di continuare sulla strada del rigore, e lasciando ai pochi esagitati di Syriza, il partito della sinistra radicale, l’onere di richiedere con urgenza (e ovviamente invano) un vertice europeo volto a rivedere l’insieme delle politiche di rigore, anzitutto i piani per il rientro dal debito greco.

«Dio mio portaci in un altro Paese / senza illegalità impunità corruzione soldi / neri implicazioni crea per noi una situazione / tollerabile anche mentre il roveto arde…» (Dinos Siotis, Soldi neri, 2012)

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