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  • mercoledì 27 Febbraio 2013

Com’è ad Atene

Questi giorni nel paese "che non ha Berlusconi", una cronaca in piano-sequenza di Filippomaria Pontani

di Filippomaria Pontani

Questa vasta casbah, i cui protagonisti straccioni popolano anche il limitrofo parco che si apre giusto sopra i resti della leggendaria agorà dell’Atene antica (lì la sede della Bulè, lì il portico dipinto da Polignoto, lì le passeggiate dei filosofi e degli oratori), sembra uscita da una veduta dei viaggiatori sette-ottocenteschi che visitavano Roma o Atene con la stessa disposizione d’animo con cui noi oggi andiamo (o andavamo) a contemplare le rovine di Palmira, di Leptis Magna o di Volubilis. E mille, fin troppo facili suggestioni si schiudono a chi varchi la soglia del Ceramico, l’antico cimitero monumentale immerso in una quiete irreale, vuoto di visitatori e abbandonato a un silenzio vegliato dalle stele del V secolo, dalla memoria dell’Epitafio di Pericle, il manifesto della democrazia occidentale (430 a.C.) che Tucidide immagina pronunciato proprio qui, lungo la strada che di lì a poco avrebbe condotto all’Accademia di Platone. Ma rispetto all’Africa e al Medio Oriente c’è un’importante differenza: basta attraversare la strada, la via peraltro dedicata all’apostolo della fede cristiana San Paolo, per entrare in un mondo opposto, quello dei caffè di tendenza, dei locali costosi, in una zona elegantemente pedonalizzata in occasione delle Olimpiadi del 2004, dove ancora oggi si affacciano realtà irrelate come la fondazione degli Eraclidi (Iraklidòn), che ospita ora una raffinata mostra su Escher e Vasarély. Poco più in là, in via Dionigi Areopagita (ancora gli incongrui richiami alle origini del Cristianesimo), ecco i sontuosi palazzi dell’Ottocento (vi abitava tra l’altro il pluricorrotto ministro socialista Tsochatsòpulos, ora in galera) e l’ultima, meravigliosa follia della beata età dell’oro, il Museo dell’Acropoli di Bernard Tschumi (aperto nel 2009).

«Stanno nel museo, le statue». / «No, ti danno la caccia, non lo vedi?» (Giorgio Seferis, Il tordo, II, 54-55 [1947])

Saliamo un momento a destra sulla Pnice, sul colle del Filopappo. Tutto è ora immobile come i sorrisi delle korai; tutti in questo Paese – mi spiega il giornalista della Kathimerinì Nikos Xidakis – sembrano pietrificati come dallo sguardo di Medusa. Mancano del tutto le gru, nello skyline bianco già inondato di una luce quasi primaverile: l’atmosfera pare sospesa come in attesa di un aereo o di una nave che non arriverà. La nave, nel concreto, non arriverà perché siamo al principio di febbraio, e da giorni e giorni si protrae lo sciopero a oltranza dei marittimi (spalleggiati in realtà dagli armatori, i quali d’inverno, senza turisti, ci rimettono ad assicurare i collegamenti), duramente colpiti dai tagli di servizi e di stipendio: il risultato è che nel solitamente frenetico porto del Pireo non parte né approda nemmeno un traghetto, per giorni, e gli isolani rimangono isolati o costretti a ripiegare su soluzioni alternative (l’aereo, per le isole che hanno una pista; le navi private, se si trova un compromesso). Nulla di troppo strano, ormai, in questa città dove niente va più da sé: in fondo la serrata della metropolitana è finita l’altro giorno, i blocchi stradali degli agricoltori sono ubiqui in tutto il Paese, e dopo i marinai potrebbe essere il turno dei ferrovieri o degli aviatori. Chi avrà mai scritto, nel punto più panoramico di Atene, sulla garritta più alta del Filopappo, ormai vuota di un custode che lo Stato non ha più i soldi per pagare, la semplice frase: “thelo na pethano” (“voglio morire”)?

Né si creda che l’umanità dolente incontrata laggiù nell’area del Thissìo sia un’eccezione, o un ghetto: chi ha memoria di cosa fosse un tempo il notissimo mercato domenicale di Monastiraki, tra l’Acropoli e piazza Syntagma, sarà colpito nel vederne oggi i prezzi, le merci e la qualità media, specie in una stagione così poco propizia per i turisti. Ed è fin troppo doloroso, nella centralissima via Ermù, contare le vetrine di negozi chiusi e abbandonati che nelle loro scomode rientranze offrono riparo ai cartoni dei senzatetto – anche qui, in vertiginoso contrasto con le stroboscopiche insegne al neon delle catene internazionali che esibiscono, ad uso e consumo dei pallidi residui di classe media, le scarpe coi tacchi alti e leopardati, e l’intimo dal gusto più pacchiano che si possa immaginare; mentre a pochi metri languono da anni i restauri della magniloquente cattedrale ottocentesca, e solo la Piccola cattedrale, secolare bomboniera sincretistica con in facciata i suoi atleti nudi di spoglio, sembra richiamare a una devozione privata e personale quanto la possibile (o impossibile) salvezza.

«I giorni passati restano dietro a noi, / penosa linea di candele spente» (Costantino Kavafis, Candele, 1899)

Il piano-sequenza dovrebbe indugiare a lungo qui, sulle candele offerte dai fedeli al minuscolo ingresso della Piccola Cattedrale; dovrebbe aspettare il calar della sera, il tramonto di una sera d’inverno quando i negozi di Ermù abbassano le saracinesche, e i musei sono ormai chiusi (gli orari d’apertura non superano le 6-7 ore al giorno). Tutti tranne uno, il Museo Benaki, che un giorno a settimana, il sabato, tiene aperte le sue doviziose sale ottocentesche fino a tardi, e offre agli sparuti visitatori un résumé dell’arte più fine prodotta in Grecia dall’epoca cicladica fino alla Rivoluzione del 1821, ivi compresi i costumi popolari, le magnifiche boiseries di Kozani, risalenti all’epoca della Turcocrazia, le icone tardobizantine già mezze occidentali, e i fantasiosi gioielli di età ellenistica e romana. Nell’attico del Museo, in una lunga sala nera, c’è una mostra sulle guerre balcaniche, con tante foto d’epoca, documenti, cimeli e pannelli su quei conflitti che opposero i Greci ai Turchi giusto cent’anni fa, portando a un deciso incremento territoriale del Regno di Grecia, e alla totale ridefinizione dei confini in questa parte di mondo. Queste cartine storiche sono così diverse da quelle appese nei musei di Skopje o di Sofia… ma intanto dalla strada proviene un suono, un ritmo come di canzone frammista a slogan, e allora dalla terrazza del Benaki lo sguardo piove giù sul viale Regina Olga, incongruamente vuoto di automobili e presidiato verso sinistra da gruppuscoli di manifestanti con le bandiere. La canzone – ora si distingue – è “Pote tha kani xasterià” di Nikos Xiluris, una sorta di inno della rivolta studentesca del Politecnico contro i colonnelli nel novembre 1973. Bene, saranno dei nostri…

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