• Cultura
  • mercoledì 27 Febbraio 2013

La fotografia è informazione?

Sembra una domanda facile ma non lo è, e una contestata fotografia premiata al World Press Photo ha riaperto la discussione

di Giulia Ticozzi – @giutico

Seguono poi una serie di risposte e controrisposte tra accusati e accusatori. Ieri il World Press Photo, chiamato in causa per aver assegnato il secondo premio al reportage, ha deciso di non togliere il riconoscimento al fotoreporter, come chiedevano in molti, ma semplicemente di aggiustare didascalie e contesti spiegando che “per quanto il fotografo avrebbe fatto meglio a fornire un’introduzione e didascalie più complete e precise, la giuria non si è sentita radicalmente ingannata da quella fotografia del servizio o dalla didascalia che la accompagnava”.

Una questione morale?
Ci sono diversi temi interessanti legati a questo episodio, esemplari di questioni forse nell’ambito fotografico e nel rapporto tra fotografia e informazione.

La fotografia non è di per sé un linguaggio analitico, come la parola. Ogni volta, soprattutto quando racconta una storia, ha bisogno di un aiuto nella narrazione. La dipendenza dalla didascalia è un attributo molto importante, che serve a connotare l’immagine e spesso può trarci in inganno, soprattutto per il fatto di essere una frase breve e necessariamente incompleta. La stessa selezione del fotografo, che sceglie quali immagini includere nel reportage e quali no, da sola determina già la forte influenza sulla realtà raccontata da parte di chi ha scattato e delle sue opinioni, sulla base delle persone che ha incontrato, delle cose che ha visto e di come la pensa in generale. Dare alla fotografia il ruolo di portatrice di verità incontestabili è sempre rischioso, e può portare a credere che nell’immagine che vediamo sia racchiusa tutta la storia e tutta la verità.

Pellegrin fotografa un soggetto: non lo fa senza che questo se ne accorga – nascosto dietro un cespuglio con un lungo teleobiettivo, per esempio – ma parlando con la persona, che è consapevole di quello che sta accadendo. È una caratteristica del ritratto fotografico: ci sono un fotografo e un soggetto che stringono un accordo. Keller non era un cecchino, e questo è sicuramente un errore, ma la fotografia non è di per sé falsa: le armi erano del veterano, che era consapevole di essere fotografato.

Come osserva Michele Smargiassi sul suo blog, un tema interessante che emerge è la funzione che ha il ritratto nel reportage. L’aspetto consapevole di questo tipo di fotografia – in un genere di racconto e linguaggio fotografico con delle caratteristiche e delle pretese ben precise – è che il ritratto posato «non è un indizio raccolto per strada ma è più simile a un’intervista, alla deposizione volontaria di una persona informata dei fatti. Una persona che accetta di mettere se stesso a disposizione di un raccoglitore di indizi. Il quale deve rispettare quel che gli viene affidato, ma non è affatto tenuto a spiegare all’informatore quali ipotesi stia formulando nella sua mente».

Nel valutare questa questione, che ogni volta si ripropone sotto forme diverse, è necessario tenere in considerazione diverse variabili, tra cui il ruolo del fotogiornalismo oggi, i temi che affronta e i limiti che ha nella narrazione, l’importanza del contesto scritto in cui questa immagine viene inserita, gli apparati che completano la visione delle immagini, il ruolo del fruitore nell’interpretare un’immagine il cui scopo potrebbe essere quello di stimolare ed evocare. Questione complicata, probabilmente senza soluzioni univoche.

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