Generazione sazia

I ragazzi sono diventati diversi? Giocano senza voler vincere? Nel suo nuovo libro Concita De Gregorio dice di sì, per ragioni "seminate dai nonni e ignorate dai padri"

di Concita De Gregorio

Il pericolo del “si stava meglio quando si stava peggio” è in agguato, lo so. Ma davvero non è questo il punto: è che nell’arco di pochi anni qualcosa di definitivo è successo e sarebbe meglio capire cosa. Io me lo ricordo quando i nonni ci dicevano che non si doveva parlare se non interrogati, che non si dovevano contraddire le persone adulte (“anche se uno sbaglia tu non lo devi correggere in pubblico”, mi raccomandava mia nonna. Non devi mettere nessuno in imbarazzo). Mi ricordo di quando ai bambini si chiedeva principalmente di tenere in ordine le loro cose, di essere puliti e obbedienti. Non era moltissimo tempo fa, diciamo quarant’anni. Leggo, nello studio di Miriam Gebahrdt “La paura dei bambini tiranni”, che dal 1966 al ’77 l’obiettivo educativo “obbedienza” è passato dal numero uno della classifica al numero quattordici. L’obiettivo “ordine” dal quarto posto al ventiduesimo. Certo, una volta nascevano otto figli in media per famiglia, ne sopravvivevano la metà. Oggi ne nasce uno-barra-due ed è già un lusso, quando accade. Una specie di miracolo. Perciò i bambini non fanno chiasso ma un meraviglioso suono, una musica. Sono invitati ad esprimersi liberamente, a dipingere le pareti di casa a saltare nudi sui letti ad interrompere quando vogliono coi loro magnifici non-sense improvvisamentee dotati di un senso filosofico definitivo, sono sollecitati ad esibirsi ed esprimersi, a cantare e ballare sebbene con esiti tragici eppure sempre applauditi, soprattutto sono invitati a parlare: a dire tutto quello che gli passa per la mente, per l’estasi di genitori disposti ad incorniciare le loro massime. Io mi ricordo di quando i miei nonni si davano del lei, i miei genitori si assentavano per periodi lunghi e si scrivevano lettere di carta dense di parole pesanti, assai più pesanti del “dove sei? Stai già dormendo? Stasera ho mal di pancia” dei tweet e degli sms, dei dialoghi in chat e su Skype che ci consentono oggi di dire qualunque sciocchezza in qualunque momento e che ci fanno sentire perduti se non siamo connessi, se in albergo il wifi non funziona.

Assai meglio di me lo racconta Meredith Haaf, una studiosa tedesca nata nel 1983, 29 anni, che scrive come Giovanni Sartori e racconta lo sperdimento della generazione satura in un libro, “Piangete pure”, sfortunatamente non tradotto in italiano. La saggissima Meredith descrive la generazione nata fra gli anni Ottanta e il Duemila. “Post-ottimista”, dice. Fragile, rassegnata, indifesa. Malata di una rabbia debole, la rabbia schiumosa e inutile dei “mi piace” su Facebook. Incapace di partecipare alla vita pubblica perché convinta di farlo dal computer di casa, e soprattutto ossessionata da proprio profilo. Istruita fin dall’asilo a comunicare correttamente le proprie caratteristiche, premiata per l’originalità delle opinioni assai più di rado per l’incidenza delle azioni, dissuasa dal conflitto, educata alla mediazione, istruita al pragmatismo che è il contrario dell’utopia, dunque nemica delle passioni tra le quali si annoverano lo sdegno e l’ira, cresciuta con le tariffe “io e te” nell’amore su schermo a distanza, estranea alla rabbia giusta, quella che dalla notte dei tempi – dalla cacciata di Adamo ed Eva fino alle rivoluzioni di piazza contro le odierne tirannie – sana l’ingiusto, o prova a farlo. Convinta di esserci quando si limita ad approvare, o a rimuovere: “nascondi”, dice il tasto con cui disapprovi o non partecipi on line. Nascondi, rimuovi alla vista. Indirizzata a studiare “scienza della comunicazione”, facoltà che illustra i metodi più efficaci per la diffusione della parola, per la formazione di un curriculum dotato di fotogallery, possibilmente di video da scaricarsi su Youtube. Sostanzialmente inerte, troppo veloce per trattenere alcunchè, non solidale né responsabile giacchè entrambe le categorie prevedono una condivisione di fini che laddove il fine è impercettibile – irraggiungibile, utopistico, chimerico – si risolve in uno spreco di energia.

Il lavoro di Meredith Haaf, fondamentale perché fondato sulla testimonianza diretta, descrive in definitiva la rabbia debole. La protesta gracile, il la-la-la infantile di una generazione sazia e annoiata, incapace di rivoluzioni per assenza di ambizioni condivise. La colpa, giacchè di colpa sempre si parla, non è loro. Le ragioni vengono da lontano, seminate dai nonni e ignorate dai padri.
Ai bambini molto piccoli e molto arrabbiati – annoiati, malmostosi, dispettosi, a volte persino feroci – giova in genere più della terapia farmacologica (o almeno tanto quanto) una sincera rieducazione all’autogestione del malumore. Che è legittimo, spesso, e quasi sempre utile ad apprezzare – per riflesso – il buonumore. Ho amato le sessioni di lavoro di Bruno Tognolini, poeta e menestrello di rime solo in apparenza per bambini. Conosco adulti anche celebri e stimatissimi che usano al posto del Maalox la sua filastrocca “mal di pancia calabrone” contro la gastrite. L’ho visto lavorare come un pifferaio magico, incantando classi d’asilo improvvisamente ammutolite dalla cantilena dei suoi versi. Conosco il potere terapeutico delle “Rime di rabbia”, cinquanta invettive che da bambino mio figlio Bernardo ha imparato a memoria (non tutte, ma quasi) senza che nessuno gliele insegnasse, così da mettermi al riparo da un’eventuale futura ipotesi – a suo danno o giovamento – di dismemoria. Se uno impara a cinque anni tutti i nomi dei quattrocentocinquanta Gormiti e le poesie che gli piacciono a memoria è segno chiaro che per accendere l’interesse bisogna prima attivare una passione. La disciplina (e l’ordine, e la pulizia) di conseguenza. La preferita, tra tutte, è stata la numero 48: la “Rima della rabbia giusta”, che per condivisione qui trascrivo. Raccomando di leggerla ad alta voce, anche piano.

Rima della rabbia giusta

Tu dici che la rabbia che ha ragione
È rabbia giusta e si chiama indignazione
Guardi il telegiornale
Ti arrabbi contro tutta quella gente
Ma poi cambi canale e non fai niente

Io la mia rabbia giusta
Voglio tenerla in cuore
Io voglio coltivarla come un fiore

Vedere come cresce
Cosa ne esce
Cosa fiorisce quando arriva la stagione
Vedere se diventa indignazione

E se diventa, voglio tenerla tesa
Come un’offesa
Come una brace che resta accesa in fondo

E non cambia canale
Cambia il mondo

Il nuovo libro di Concita De Gregorio, giornalista di Repubblica ed ex direttore dell’Unità, si chiama Io vi maledico (Einaudi) ed è una raccolta di storie italiane di cambiamento, di fallimento, di crisi e di rabbia: «la geografia esatta del disamore per chi ti ha promesso e poi negato, per chi ti ha illuso, per chi sa solo chiederti e mai dare».

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