Generazione sazia

I ragazzi sono diventati diversi? Giocano senza voler vincere? Nel suo nuovo libro Concita De Gregorio dice di sì, per ragioni "seminate dai nonni e ignorate dai padri"

di Concita De Gregorio

Cambio quadro, che a due generazioni di distanza c’è Bernardo, 9 anni. (Digressione: ho imparato di recente che le generazioni oggi si misurano da quanti anni avevi quanto è uscito l’iPhone sul mercato. Se ne avevi 10, 14 o 18 è enormemente diverso. Avevi un account di posta elettronica prima o dopo i dieci anni? A che età eri su MySpace? Hai cominciato a comprare cliccando accetta su Paypal senza bisogno della password, ché quella di famiglia era memorizzata? Hai saputo naturalmente, senza sapere perché, cosa sia un browser o hai avuto bisogno che te lo spiegassero e nonostante le spiegazioni non hai ancora davvero capito? Possono passare sei mesi, fra una generazione e un’altra, se l’unità di misura è questa).

Dunque, Bernardo. Il piccolo di casa. Quello che a tre anni diceva ‘quitta’ per dire vattene, perché sul computer il comando quit significa ‘esci’. Chiamano gli allenatori della squadra di rugby. Gente solida, pratica. Sono gli allenatori della under nove, da anni praticamente dei baby sitter: prendono i bambini e li portano in trasferta, eroici, anche per tre giorni. Li amiamo. Piuttosto preoccupati, direi meglio seri, ci informano che da qualche anno hanno notato che quando arrivano alla pre-agonistica, a 14 anni, i ragazzi sono molli. Demotivati. Non competitivi. Sono bravi, per carità. Giocano bene. Ma non sono incazzati. Non combattono per vincere. Non gliele frega niente del risultato. Vanno lì, si divertono, si placcano un po’, poi basta. Allora per evitare che succeda questo anche ai nostri – che se uno fa sport l’idea di vincere una gara non è poi così balzana, diciamo che dovrebbe far parte dell’orizzonte di scenari possibili – consigliano, gli allenatori, di smettere di preparare noi le borse. L’ideale sarebbe che i ragazzi se le facessero da soli, mettendoci dentro tutto quello che gli serve e se se lo dimenticano pazienza. Tipo: se si dimenticano il paradenti e quel giorno si rompono un dente vedrete che nella vita il paradenti non se lo dimenticheranno più. Questo è sicuro, ma il terrore dei genitori all’idea di un figlio col dente rotto è ugualmente palpabile. Un dente rotto è per sempre. Significa protesi, dentista, controlli periodici, sorriso difettoso. Gli allenatori capiscono, non vivono mica fuori dal mondo. Va bene, dicono: il paradenti potete metterglielo voi in borsa. Però dovreste evitare di entrare negli spogliatoi a fargli la doccia ed asciugargli i capelli, una mano al phon e l’altra a scompigliare l’attaccatura sulla nuca. Dovreste evitare di ricomprargli i pantaloncini ogni volta che li dimenticano in trasferta, che sennò non c’è motivo per cui dovrebbero ricordarsene. Insomma dovreste lasciarli fare, così che si sentano un po’ responsabili delle loro cose, delle conseguenze delle loro azioni, così che capiscano che devono impegnarsi per ottenere un risultato. Pensate di potercela fare? Silenzio. Segue, per e-mail, pomeridiano e serale dibattito.

Mi vengono in mente le scene dei film di Moretti in cui bambini despoti tengono in ostaggio i grandi al telefono. In particolare la sequenza tragica su “com’è il verso delle balene”? Il bambino fa domande inessenziali – dove sei, quando torni – chiama semplicemente per ricordare al genitore che lui non è lì con lui in quel momento, che non gli sta leggendo una favola non sta giocando alle Winx o ai Pokemon. Chiama per disturbare, lo so che detto così è brutto e dà fastidio ma è questo che fa: chiama per ricordare al genitore che qualunque altra cosa stia facendo – lavorare, leggere, studiare, fare l’amore, mettere a punto un telescopio, discutere un contratto collettivo – niente può essere più importante che dedicarsi al proprio figlio, fargli sentire che ha la priorità su tutto il resto, niente ha più importanza di fronte al suo bisogno.
Ma è un bisogno? È giusto assecondare ogni frazione di capriccio? È utile alla crescita, allo sviluppo, all’armonia di una personalità equilibrata?

Non lo so, davvero non lo so. Gli allenatori di rugby ci dicono che l’ideale sarebbe che i bambini fossero lasciati un po’ da soli con le loro decisioni, coi loro errori e con le loro mancanze perché non c’è niente di più istruttivo dell’errore, questo ciascuno lo sa. I genitori hanno paura degli errori dei figli, delle loro debolezze, perché pensano di poterli e di doverli prevenire, evitare, correggere in radice. Perché si sentono in colpa, in definitiva. I bambini crescono saturi, come dice il prof di greco, privi di bisogni essenziali e di desideri profondi. Non tutti, certo. Esistono bimbi che non hanno niente, basta allontanarsi un poco dall’orizzonte della sazietà illuminata della borghesia progressista occidentale per vederlo. Però è anche vero che questo è il modello dominante. Perfino in Africa le pubblicità dei pannolini hanno come protagonisti una coppia di genitori giovani, relativamente chiari di pelle, sorridenti e dediti al loro unico figlio immortalato nella foto. Persino in Africa, dove i bambini sono neri, ne nascono dodici per famiglia e i pannolini, quelli usa e getta delle multinazionali, non li usa nessuno.

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