• Cultura
  • mercoledì 23 Gennaio 2013

La storia di “Apnea”

Il primo capitolo del libro di Lorenzo Amurri, sul suo grave incidente e tutto quello che è venuto dopo

«Sono sveglio ma la mia coscienza vaga scioccata, costruendo una difesa visionaria che confonde quello che in realtà sta succedendo»

È buio e c’è silenzio, ma non sono solo. Quattro fari bianchi si accendono all’unisono e formano un cerchio. Uno è in verticale sopra la mia testa, gli altri illuminano rispettivamente: John Paul Jones con il suo basso; Jimmy Page con la sua chitarra e una batteria con una figura che non riesco a mettere a fuoco. Percepisco la presenza di altre persone, ma non le vedo. È come se fossimo su un palco circolare con le gradinate intorno piene di ombre silenziose. All’improvviso mi ritrovo una chitarra in braccio e iniziamo a suonare. Sto suonando con due leggende del rock, ma non sono emozionato; mi diverto come un pazzo, sono felice. Le mie mani si muovono agilmente sulla tastiera e le note di canzoni che non ho mai studiato volano e disegnano il cielo, come uno stormo di uccelli prima di migrare. Non so quanto sia durata la jam session – anche perché il tempo in questo momento non è un fattore rilevante; e una jam così, se durasse in eterno, sarebbe sempre troppo breve – e non ricordo con esattezza cosa abbiamo suonato. Sono seduto sul sedile della batteria con le bacchette in mano. Intorno non vedo più nessuno, neanche i musicisti: io non la so suonare la batteria. Un bagliore accecante mi investe. Sono nell’aeroporto di Londra, devo tornare a casa, a Roma. Sono sull’aereo e mi guardo da fuori; vedo me stesso parlare con la hostess, ma sono seduto a qualche fila di distanza. Sono a Fiumicino, sto uscendo dall’aeroporto. Piove a dirotto e nessuno è venuto a prendermi. Non ho soldi e non so come tornare a casa. Vedo un pullman blu dell’esercito italiano, sembra vuoto.
Salgo su e sul sedile del guidatore trovo un cappello da carabiniere: me lo sistemo in testa come travestimento e cerco di accendere il mezzo, sicuro di non essere notato. Il pullman è pieno di carabinieri, i vetri appannati dall’umidità mi avevano tratto in inganno. Ne arrivano subito due che mi bloccano e mi ammanettano. Inizio una trattativa per il mio immediato rilascio:
“Quanto volete per lasciarmi andare? Vi firmo subito due
assegni?”.
Alla fine ci accordiamo per un milione a testa. Senza far capire agli altri colleghi la situazione, mi tolgono le manette e mi lasciano libero sotto la pioggia.

L’halo-vest e arrivato e me l’hanno già montato addosso, e venuto il momento di farmi riemergere dal coma. Apro gli occhi e la prima cosa che noto è una grata sul muro davanti a me, identica a quella dove si nascondeva il guerrigliero africano. La fisso con sospetto cercando di intravedere se dietro c’è ancora il tipo inesploso.
“Bentornato”, un uomo con camice e capelli bianchi sta in piedi accanto al mio letto, “sono il dottor Mammini.” Lo guardo in faccia, è il capo dei guerriglieri.
Ma che ci fa qui? E soprattutto, dov’è “qui”?
In realtà so dove mi trovo, ma la coscienza evita di rendersene pienamente conto.

Sopra la mia testa una struttura quadrata penzola attaccata a una catena, ricorda quella che fuoriusciva dal pullman durante il colpo di stato. Arrivano due infermieri:
“Ciao, di nuovo tra noi eh?”. Anche loro mi ricordano qualcuno. Forse sono attori, magari li ho visti in qualche film. Sono cosi familiari e allo stesso tempo totalmente sconosciuti.

Non parlo. Ancora non lo so, ma anche se ci provassi non uscirebbe alcun suono, per via della tracheotomia e del respiratore a cui e collegata. Uno dei due infermieri si avvicina: “Preparati, stanno arrivando i tuoi”.
In un attimo le vetrate che costeggiano la rianimazione si riempiono di persone. Non li vedo bene, sono ombre ma ci sono. L’altro infermiere mi porta un citofono e me lo lega all’halo all’altezza dell’orecchio. Ha il viso contratto in una smorfia, ma sembra gentile. Controlla l’attacco del respiratore alla tracheotomia e per un attimo mi manca l’aria.

“Pronto Lo, mi senti?”, una voce esce dal citofono e invade il mio orecchio, è molto familiare, è mia sorella:
“Mi senti Lorenzo?”.
Sì, ti sento Valentina. Ma dove sono? Chi sono tutte queste persone che mi sembra di conoscere? Cosa sta succedendo? Sarebbero tante le cose da chiedere, ma dal mio labiale esce quello che non ti aspetti: “Devi andare in banca a bloccare due assegni che ho fatto a due carabinieri che mi volevano arrestare”.
Silenzio.
Immagino mia sorella, poverina, alle prese con l’interpretazione del mio ordine. Intelligentemente indaga con l’unica arma a sua disposizione:
“Stai tranquillo, il mutuo di casa tua l’ho pagato io”.
“Non hai capito, blocca gli assegni che non li voglio pagare!”, le rispondo alterato.

Ancora silenzio. A questo punto la paura generale, sospesa nell’aria stantia del corridoio visite della rianimazione, si sta concretizzando: ci sono danni cerebrali. Paura spazzata via pochi istanti dopo, dalla prima domanda della mia nuova coscienza: “Non posso più camminare vero?”.

***

Lorenzo Amurri è nato a Roma nel 1971, ed è musicista, produttore musicale e scrittore.
Ha suonato e collaborato, tra gli altri, con i Tiromancino, Asia Argento e Franco Califano. Scrive sul blog Tracce di ruote e ha pubblicato uno dei suoi racconti nella raccolta Amore Caro (a cura di Clara Sereni). Apnea è il suo primo romanzo: esce il 24 gennaio per Fandango Libri.

 

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