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  • venerdì 18 Gennaio 2013

C’era l’amore nel Ghetto

Un racconto di Marek Edelman, che partecipò alla rivolta del Ghetto di Varsavia, iniziata settant'anni fa

Una che aveva un impiego tecnico nell’ospedale nel ghetto. Era bella, ma sciocca. In qualche modo riuscì a passare nella parte ariana. Diventò una nostra staffetta. Aveva occhi azzurri, ma dicevano: «Ha gli occhi di una mucca». Durante l’insurrezione di Varsavia stava nella zona di Z.oliborz. Un giorno, a due passi da lei esplose una granata e ferì gravemente un soldato. Lei si prese cura di lui e ovviamente subito se ne innamorò. Per sei settimane gli curò le ferite alla testa, credendosi una grande specialista, perché prima aveva lavorato in ospedale.

Z.oliborz si arrese, ma lui ancora non aveva la forza di camminare. Rimase con lui nel quartiere, ormai abbandonato dalla popolazione civile. Verso novembre furono trovati da una pattuglia della Croce rossa. Lo portarono via e lei andò dietro alla barella. E vissero insieme fino alla morte di lui. La nostra sciocca staffetta diceva che era valsa la pena sopportare il ghetto e l’insurrezione di Varsavia, perché grazie a questo aveva imparato che cosa era l’amore e quanto si poteva dare di sé all’altro. Quando lui morì, riversò tutto l’amore sul figlio. Ma quel suo amore era follemente difficile.

Cominciava a imbrunire. Mancava mezz’ora al coprifuoco. Lui però aveva ricevuto l’ordine di passare nel ghetto piccolo. Era giovane, sano, svelto. Andò di corsa, sbrigò la cosa. E quando prese la strada del ritorno, era già buio. Saltando di portone in portone, arrivò a casa. Nella scala buia c’era un’ombra. La toccò e sentì due trecce belle spesse. Si abbracciarono e salirono insieme al primo piano. E insieme rimasero per tutta la guerra. Insieme passarono tutto il peggio e il meglio durante l’occupazione.

Dopo la guerra lei andò in America, da sola. Lui rimase. Si erano però conosciuti a fondo, avevano imparato ad essere una cosa sola. Vent’anni dopo s’incontrarono di nuovo. Sebbene durante tutto quel tempo ognuno di loro avesse vissuto un’altra vita, continuavano ad essere una cosa sola. Quando lei fu vicina a morire, la donna che l’accudiva telefonò a lui per chiedere se poteva sospendere le cure.

Via Mylna partiva da via Przejazd e con un percorso a zigzag finiva su uno spiazzo verde recintato adiacente a via Karmelicka. Dall’altro lato dello spiazzo verde arrivava ad arco via Nowolipie che poi, ormai dritta, proseguiva dall’altra parte di via Karmelicka. Via Przejazd oggi non c’è più. Cominciava da via Leszno. Passava oltre via D∂uga dal lato est e formava una piazzetta con la tortuosa via Mylna e l’arcuata via Nowolipie, mentre dopo via Nowolipki girava verso via Nalewki.

Durante la Grande Operazione di sgombero di luglio, passando per caso per via Mylna, alla finestra di un seminterrato del palazzo adiacente allo spiazzo verde prima di via Karmelicka, vidi la faccia di Hendusia Himelfarb. Era una mia compagna di scuola, figlia di un grande attivista sociale e leader sindacale. Durante la guerra Hendusia lavorava al sanatorio Medem a Miedzeszyn vicino a Varsavia. Venivano mandati laggiù i bambini del ghetto minacciati dalla tubercolosi e là, circondati da affetto e calore familiare, facevano la presunta cura.

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