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  • venerdì 18 Gennaio 2013

C’era l’amore nel Ghetto

Un racconto di Marek Edelman, che partecipò alla rivolta del Ghetto di Varsavia, iniziata settant'anni fa

Vidi Z∂otogórski. Era un pezzo d’uomo. Non so perché mi è rimasto negli occhi il suo imponente torace abbronzato (di fatto non era ancora estate e non c’era modo di abbronzarsi). Sul suo braccio riposava una piccola ragazza diciassettenne dai capelli biondi. Dormiva stringendosi a lui e sul suo volto era dipinto un sorriso e una calma beata. Qualche giorno dopo finirono insieme in un’ulteriore retata e vennero deportati a Treblinka.

Una dottoressa quasi quarantenne, anche il marito medico, ufficiale dell’aeronautica, disperso durante la guerra. Lei non sapeva che fine avesse fatto. Oggi si sa che morì a Katyn. Il secondo giorno di guerra la dottoressa venne all’ospedale al suo posto di lavoro e non lo lasciò più. Era molto sola. Ne soffriva. Nacque una relazione amorosa tra lei e un ragazzo più giovane di quindici anni. Il ragazzo s’ammalò improvvisamente, lei lo prese nel suo letto e riuscì per qualche miracolo a salvarlo. Dormì con lui nello stesso letto per qualche giorno. Diceva dopo, che per la prima volta in quella solitudine aveva trovato qualcuno, una persona a cui stare vicina, e che d’ora in poi avrebbe sempre cercato di stare insieme con qualcuno.

Durante l’insurrezione di Varsavia rimase di nuovo sola. Aveva un flaconcino con dentro quattro grammi – una dose enorme! – di morfina. Ingoiò quei quattro grammi e già barcollava quando arrivò per caso qualcuno e di forza le versò in gola un bicchiere di acqua saponata. Lei vomitò e si svegliò nel cuore della notte, ormai cosciente. E allora cominciò il suo grande amore con un ragazzo di vent’anni più giovane di lei. Visse con lui felicemente dalla fine dell’insurrezione fino a novembre, quando fu tirata fuori dal quartiere di Zoliborz, felice, sorridente, pronta ad aiutare tutti.

La guerra finì e lei si stabilì a ∫ód. Un giorno qualcuno va a trovarla. La porta è aperta e il visitatore ha l’impressione che l’appartamento sia vuoto. Invece scopre che in cucina, con la testa sprofondata sotto la coperta, giace la dottoressa. Forse dorme, o magari sonnecchia. Ad un tratto però si mette seduta e dice: «Io non ci sto più qui da sola». E lo dice una persona coraggiosa come lei. «Ho paura, devo scappare via di qua».

Non so come, riuscì ad arrivare in Australia. Una grande specialista nel suo campo della medicina. Ma anche laggiù era sola. Una nave carica di bambini ebrei si aggirava nell’Oceano Pacifico e nessuno Stato voleva farla attraccare. Si fermò al largo, a dodici miglia dalla costa. Gli abitanti accostavano la nave con le barche e ciascuno prendeva qualche bambino. Anche la mia dottoressa uscì in mare. Prese con sé due maschi e una bambina. Uno dei ragazzi diventò architetto e lavorò poi a Shanghai, l’altro fu docente di costruzioni navali, la ragazza diventò un’analista di laboratorio molto qualificata.

Quando uno dei figli della dottoressa fu adulto, lei s’innamorò di lui e visse in sua compagnia lunghi anni di felicità. Più tardi scrisse in una lettera che, anche dopo che ebbe saputo che cosa era stato del suo marito tanto amato, a tenerla in vita era stato l’amore. L’amore e il calore di un figlio che divenne poi il suo uomo. Quando morì, aveva oltre novant’anni. Una ragazza. Sua mamma si ammalò. Lei non aveva che una sorella gemella. La notte, avevano paura di stare da sole a casa con la mamma malata.

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