• Mondo
  • venerdì 4 gennaio 2013

Mohamed Bouazizi, due anni dopo

La storia del ragazzo che il 4 gennaio 2011 morì dopo essersi dato fuoco a Tunisi, dando inizio a cambiamenti epocali in Nord Africa e Medioriente

Come spesso accade, la rabbia e la frustrazione accumulata per anni esplose tutta in una volta e migliaia di manifestanti iniziarono a protestare nelle strade delle città tunisine per chiedere maggiore giustizia, posti di lavoro, la fine dello stato di polizia e la punizione di funzionari e poliziotti corrotti. Giovani attivisti si accamparono con tende nella piazza principale di Tunisi, mentre i commercianti si piazzarono davanti alle porte dei loro negozi con le scope in mano per impedire alla polizia di entrare. Il governo reagì ordinando ai cecchini piazzati sui tetti di sparare ai manifestanti.

Ben Ali cercò di ammansire le proteste e riportare la situazione alla calma. Il 28 dicembre fece visita a Bouazizi nel centro specializzato contro le ustioni di Sfax, dov’era stato nel frattempo trasferito. Per la prima volta Ben Ali denunciò le dure condizioni di vita dei venditori ambulanti e invitò la madre del ragazzo nel suo palazzo. Davanti alle telecamere le consegnò un assegno di 20 mila dinari, quasi diecimila euro, ma la donna ha raccontato che lo staff del presidente si riprese l’assegno dopo le riprese. Ben Ali inviò una squadra speciale da Tunisi per investigare sull’accaduto e Feyda Hamdi – che si proclamò sempre innocente, negando di aver schiaffeggiato il ragazzo – venne arrestata. Il tentativo di Ben Ali di placare le proteste andò però a vuoto e le strade di Sidi Bouzid si riempirono anche di soldati inviati dalla capitale per reprimere le manifestazioni.

Dopo la morte di Bouazizi le proteste si intensificarono sempre di più, fino a provocare la caduta del regime: il 14 gennaio il dittatore e la sua famiglia fuggirono dal paese e si rifugiarono in Arabia Saudita. Pochi mesi dopo, il 19 aprile, la famiglia di Bouazizi decise di far cadere le accuse contro Hamdi, che venne scarcerata. Secondo la madre si trattò di una «decisione difficile ma ben ponderata per evitare l’odio e aiutare gli abitanti di Sidi Bouzid a riconciliarsi».

Nel frattempo le proteste di piazza si erano diffuse in altri paesi arabi, che guardavano con speranza e conforto a quello che era accaduto in Tunisia: in Egitto portarono alla caduta del regime di Hosni Mubarak, l’11 febbraio; trascinarono la Libia in una guerra civile terminata dopo un anno e mezzo con l’intervento militare della NATO e l’uccisione di Muhammad Gheddafi; scoppiarono per giorni in Bahrein, pur non ottenendo grossi risultati, e minacciarono anche le monarchie più consolidate come il Marocco, l’Arabia Saudita e la Giordania. In Siria hanno fatto esplodere una guerra civile che dura tuttora e ha provocato più di 60 mila morti.

(Un anno di primavera araba)

Ogni paese ha reagito per motivi diversi e ottenendo diversi risultati, pur presentando alcuni tratti in comune con gli altri: le grandi manifestazioni di piazza dopo la preghiera del venerdì, il massiccio utilizzo di Internet – in particolare di Facebook – per organizzare e diffondere la protesta; le alleanze tra classi sociali, religioni e clan tribali pur di abbattere il governo dittatoriale, che nel corso degli anni aveva perso il contatto con le masse che lo avevano portato in qualche modo al potere.

Nel tempo Bouazizi è diventato un eroe: ha ispirato migliaia di ribelli mentre altre persone hanno imitato il suo gesto, gli è stato assegnato postumo il premio Sakharov per la libertà di pensiero, è stato scelto come persona dell’anno dal quotidiano britannico Times e il governo tunisino gli ha dedicato un francobollo commemorativo.

Foto: La madre di Mohamed Bouazizi con due manifesti del figlio a Tunisi, in una foto del 15 novembre 2011 (FETHI BELAID/AFP/Getty Images)

« Pagina precedente 1 2

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.