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  • venerdì 4 gennaio 2013

La vita di Ariel Sharon

Entrò in coma sette anni fa dopo un ictus e dopo aver cambiato la politica israeliana, ed è ancora in ospedale

Ma prima ancora della sua vita da politico, Sharon era stato un generale dell’esercito israeliano, lo Tsahal, come è chiamato normalmente in Israele. Iniziò a combattere molto giovane nell’Haganah, l’organizzazione paramilitare clandestina che difendeva le colonie israeliane nel mandato britannico della Palestina (dove Sharon era nato nel 1928, da ebrei di origine lituana). Dopo la nascita dello stato ebraico, combatté in tutte le sue guerre, a cominciare da quella arabo-israeliana del 1948-1949.

Nel corso degli anni Cinquanta partecipò a molte azioni militari punitive contro i palestinesi. In una di queste, nel 1953, decine di case nel villaggio di Qibya, in Cisgiordania, saltarono in aria, uccidendo 69 persone. L’azione era comandata da Sharon ed era una delle innumerevoli rappresaglie e controrappresaglie militari tra le forze di Israele e quelle dei paesi confinanti, come la Giordania.

Sharon fece carriera nell’esercito e si distinse anche per la particolare durezza che manifestava nei confronti dei palestinesi. Durante la guerra dei Sei giorni, nel giugno 1967, comandava una divisione: in quella guerra Israele conquistò Gerusalemme Est, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

(Che cosa sono i confini del 1967)

Poi, ancora da comandante militare, il generale Sharon guidò il contrattacco decisivo durante la guerra dello Yom Kippur, il breve conflitto tra Israele, Egitto e Siria dell’ottobre 1973. Quello stesso anno venne eletto per la prima volta al parlamento israeliano, la Knesset. Il suo primo incarico di governo, alla fine degli anni Settanta, fu di ministro dell’Agricoltura.

Nel 1982 era ministro della Difesa, quando nei due campi di Sabra e Chatila alla periferia di Beirut, in un’area controllata direttamente dai militari israeliani, vennero uccisi da miliziani cristiani centinaia di profughi palestinesi: una commissione d’inchiesta israeliana, la Commissione Kahan, stabilì pochi mesi dopo che Sharon era “personalmente responsabile” per non aver fatto nulla per evitare il massacro. Di conseguenza, dopo alcune iniziali resistenze, Sharon venne rimosso dal suo incarico di ministro della Difesa (ma restò nel governo di Menachem Begin come ministro senza portafoglio).

Sharon non era solo responsabile del massacro, ma era la persona che aveva concretamente diretto l’invasione del Libano meridionale da parte dell’esercito israeliano, una scelta che aveva l’obiettivo di stroncare gli attacchi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina provenienti dal paese confinante ma che si rivelò, in concreto, un disastro.

Le sue dimissioni non furono però la fine della sua carriera politica: nei primi anni Novanta, da ministro per l’Edilizia, decise la più grande fase di espansione degli insediamenti ebraici a Gaza e in Cisgiordania dal 1967: gli stessi che, dieci anni dopo, decise di far sgomberare. La sua passeggiata sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, nella tarda estate del 2000, fu l’evento decisivo che, visto come una provocazione in un momento di per sé incredibilmente teso nei rapporti tra israeliani e palestinesi, fece esplodere la Seconda Intifada. Alle successive elezioni politiche del febbraio 2001, Sharon stravinse le elezioni promettendo “sicurezza e vera pace”.

Come ha scritto un editoriale che ricordava il quinto anniversario del suo ingresso in coma, nel 2011, “dall’età di 14 anni fino all’ultimo giorno in carica come primo ministro – per 63 anni di fila – la vita di Sharon e quella del suo paese sono state intrecciate”.

foto: Getty Images

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