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  • lunedì 17 Dicembre 2012

«Dobbiamo cambiare»

Il testo del discorso di Barack Obama ieri a Newtown, con la promessa di fare ricorso «a qualsiasi potere di cui è a disposizione il mio governo»

di Barack Obama

E sulla base di tutto questo, possiamo davvero dire come nazione di essere in grado di raggiungere i nostri obblighi? Possiamo davvero dire onestamente di fare a sufficienza per tenere i nostri bambini – tutti – lontani dal male? Possiamo dire, come una nazione, di essere tutti sulla stessa linea, facendo in modo che sappiano che sono amati, e insegnando loro a darci il loro affetto? Possiamo davvero dire di fare abbastanza per dare a tutti i bambini di questo paese la possibilità che meritano di vivere le loro vite serenamente e con uno scopo?

Ho riflettuto su questa cosa negli ultimi giorni e, se siamo onesti con noi stessi, la risposta è no. Non stiamo facendo abbastanza. E dobbiamo cambiare.

Da quando sono presidente, questa è la quarta volta che ci troviamo insieme per dare conforto ed essere in lutto con una comunità distrutta da una sparatoria di massa. La quarta volta in cui abbiamo abbracciato chi è sopravvissuto. La quarta volta in cui abbiamo consolato le famiglie delle vittime. E nel mezzo c’è stata una serie infinita di sparatorie mortali nel paese, praticamente una ogni giorno, che in molti casi ha coinvolto bambini, in piccole e grandi città in qualsiasi parte d’America. Vittime che, nella maggior parte dei casi, avevano la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Non possiamo più tollerare una cosa simile. Queste tragedie devono finire. E per porre loro una fine, dobbiamo cambiare. Ci diranno che le cause di queste violenze sono complesse, ed è vero. Nessuna singola legge, nessun insieme di provvedimenti può eliminare il male dal mondo, o prevenire qualsiasi atto di violenza senza senso nella nostra società.

Ma questa non può essere una scusa per non fare nulla. Certamente possiamo fare meglio di così. Se c’è anche un solo passo che possiamo fare per salvare un bambino, o un genitore, o una città, dai lutti che hanno colpito Tucson, Aurora, Oak Creek, Newtown e altre comunità da Columbine fino a Blacksburg, allora abbiamo l’obbligo di provarci.

Nelle prossime settimane, farò ricorso a qualsiasi potere di cui è a disposizione il mio governo per coinvolgere i miei concittadini – da chi si occupa di fare rispettare le leggi ai professionisti nel campo dei disturbi mentali ai genitori e agli insegnanti – in uno sforzo comune per evitare che si ripetano simili tragedie. Perché quale altra scelta abbiamo? Non possiamo accettare che simili eventi diventino una routine. Siamo davvero pronti a dire che non abbiamo alcun potere davanti a simili massacri, che la politica è una cosa difficile? Siamo davvero pronti a dire che una simile violenza che ha toccato i nostri bambini anno dopo anno è in un certo senso il prezzo per la nostra libertà?

Tutte le religioni del mondo – molte delle quali sono rappresentate qui oggi – iniziano con una semplice domanda: perché siamo qui? Che cosa dà senso alla nostra vita? Che cosa dà uno scopo? Sappiamo che il nostro tempo su questa Terra è limitato. Sappiamo che tutti noi avremo la nostra dose di piaceri e di sofferenze; che anche dopo aver cercato uno scopo terreno, che sia l’agiatezza o il potere o la fama, in un certo senso non saremo all’altezza di ciò che avevamo sperato. Sappiamo che nonostante le nostre buone intenzioni, inciamperemo tutti, in qualche modo. Faremo errori, ci confronteremo con le difficoltà. E anche quando cerchiamo di fare la cosa giusta, sappiamo che buona parte del nostro tempo sarà spesa per uscire a tentoni dal buio, spesso con l’incapacità di comprendere i piani di Dio.

C’è solo una cosa di cui possiamo essere sicuri ed è l’amore per i nostri bambini, per le nostre famiglie, per gli uni e gli altri. Il calore dell’abbraccio di un bambino piccolo. I ricordi che abbiamo di loro, la gioia che portano, la meraviglia che vediamo nei loro occhi, l’amore impetuoso e sconfinato che proviamo nei loro confronti, un affetto che ci porta oltre noi stessi e che ci lega a qualcosa di più grande: sappiamo che è questo ciò che conta. Sappiamo che facciamo sempre la cosa giusta quando ci prendiamo cura di loro, quando gli insegniamo le cose giuste, quando mostriamo la nostra gentilezza. Non sbagliamo quando facciamo queste cose.

Questo è ciò di cui possiamo essere sicuri. E questo è ciò che voi di Newtown ci avete ricordato. È così che siete stati fonte di ispirazione. Ci ricordate che cosa conta. E questo è ciò che ci deve portare avanti in tutto quello che facciamo, fino a quando Dio deciderà di mantenerci su questa Terra.

“Lasciate che i bambini vengano a me”, disse Gesù, “e non glielo impedite, perché il regno di Dio appartiene a chi è come loro”.

Charlotte. Daniel. Olivia. Josephine. Ana. Dylan. Madeleine. Catherine. Chase. Jesse. James. Grace. Emilie. Jack. Noah. Caroline. Jessica. Benjamin. Avielle. Allison.

Dio li ha chiamati tutti a sé. Per chi tra di noi è rimasto, cerchiamo di trovare la forza per andare avanti, e per rendere il nostro paese degno del loro ricordo.

Che Dio benedica e mantenga in cielo chi abbiamo perso. Che dia la grazia a coloro che sono ancora con noi. E che benedica e protegga questa comunità e gli Stati Uniti d’America.

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