• Cultura
  • mercoledì 5 Dicembre 2012

Decidere se scattare una fotografia

La storia dell'uomo ucciso dalla metro a New York ha riaperto un dibattito vecchio quanto la fotografia, e con moltissimi precedenti

di Giulia Ticozzi – @giutico

Una delle storie forse più crude e più conosciute a riguardo è la vicenda del giovane reporter sudafricano Kevin Carter e una fotografia che scattò in Sudan nel 1993. L’immagine ritrae una piccola bambina denutrita con alle spalle un avvoltoio. È famosa, oltre che per aver raccontato un aspetto importante della situazione di allora nel paese, anche per aver vinto, l’anno successivo, il premio Pulitzer. Moltissime persone intervennero nel dibattito che ne seguì accusando il giovane fotografo di cinismo e manie di protagonismo a discapito di una povera bambina. Alcuni cercarono di ricostruire la storia della fotografia in maniera dettagliata così da poter giustificare la scelta di Carter come quella di un professionista che stava lavorando sul campo e che aveva deciso di non cacciare via l’avvoltoio ma di aspettare che entrasse nell’inquadratura per rendere meglio l’idea di quello che stava succedendo. Carter si suicidò qualche tempo dopo: molti associano la sua morte a questa storia, ma non bisogna dimenticare che per tutta la vita Carter aveva assistito e testimoniato situazioni estremamente drammatiche e violente. Qualunque sia l’opinione sulle sue intenzioni, va ricordato che la sua scelta di lavorare come fotografo – anziché come medico, cooperante o soccorritore – ci ha permesso di conoscere storie di cui altrimenti non avremmo saputo nulla.

Più recentemente, durante la guerra in Libano del 2006, Spencer Platt, fotografo dell’agenzia Getty, ha scattato una fotografia che raffigura alcune persone, evidentemente piuttosto benestanti, attraversare una strada di Beirut devastata dai bombardamenti. I personaggi patinati in primo piano, alla moda, ricchi e belli che scattano foto con il telefonino, contrastano con lo sfondo di macerie della città distrutta. Anche la foto di Platt – che ha vinto il premio World Press Photo – ha aperto un fitto dibattito sulla veridicità dell’immagine e la sensibilità del fotografo. Da un lato Platt è stato accusato di aver pagato i soggetti per posare in una situazione così paradossale, dall’altro di non aver raccontato davvero la guerra. Il fotografo si è difeso dicendo di aver mostrato una parte di società spesso poco documentata e che però racconta, al di là delle morti e delle macerie, un aspetto molto vero del Libano, dove diverse classi sociali coesistono anche in situazioni drammatiche.

Spencer Platt/Getty Images

Un’altra immagine che racconta la storia di un fotografo che ha deciso di non interferire con i fatti davanti ai suoi occhi è stata scattata dal britannico Oli Scarff nel quartiere di Notting Hill, a Londra, durante i festeggiamenti per il carnevale del 29 agosto 2011. Scarff, dell’agenzia Getty, ha catturato l’immagine di un ragazzo con una ferita all’addome. Un ragazzo con un coltello in mano si allontana correndo mentre un uomo tenta di fermarlo con uno sgambetto. Il ragazzo alla fine è riuscito a fuggire. A chi gli ha chiesto perché non fosse intervenuto, Scarff ha successivamente risposto così: «Mi sono accorto di quel che stava succedendo solo dopo. Non so però se avrei fermato il colpevole, rischiando la vita».

Oli Scarff/Getty Images

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