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  • domenica 4 Novembre 2012

Quando vinse Tony Blair

Il ruolo, le qualità e i limiti della leadership di Tony Blair sul partito laburista e sul governo britannico, ora che se ne parla di nuovo, in un capitolo della biografia di Andrea Romano

di Andrea Romano

Il 17 marzo Tony Blair si fece trovare in visita a una scuola, a marcare simbolicamente il punto di partenza del temario politico laburista, da dove rilasciò la prima intervista propriamente elettorale. Dal giorno dopo entrò in piena attività la nuova centrale operativa del partito collocata nella Millbank Tower: una sorta di bunker militare, modellato sulla «War Room» di Little Rock dalla quale nel 1992 era stata coordinata la campagna di Bill Clinton. Un bunker rigorosamente organizzato in dipartimenti operativi e retto autocraticamente da un comitato di indirizzo composto da Philip Gould, Peter Mandelson, Alastair Campbell e da pochi altri colonnelli che si riunivano per fare il punto alle sette del mattino di ogni giorno. Ora per ora il computer «Excalibur» teneva traccia del quadro d’insieme e dei diversi particolari della campagna; giorno e notte la «cellula di reazione rapida» era in grado di predisporre nel giro di poche decine di minuti le linee guida a cui avrebbero dovuto attenersi tutti gli esponenti laburisti nel rispondere a ogni notizia o evento minimamente significativi. Era passato del tempo da quanto il partito di Michael Foot rifiutava di adattarsi alle esigenze della comunicazione televisiva. E quindici anni di campagne elettorali, sempre perdenti ma via via più precise e professionali nell’uso delle tecniche di comunicazione politica, avevano finalmente prodotto un modello di mobilitazione che avrebbe fatto scuola anche fuori dalla Gran Bretagna.

Fu una campagna tanto meticolosa quanto ispirata alla massima cautela. Rassicurare il paese, sopire ogni possibile accusa di inaffidabilità, prevenire qualsiasi colpo di coda dei conservatori che puntasse sul residuo sentimento di diffidenza che una parte della Gran Bretagna covava nei confronti del Labour. La leadership laburista aveva ancora negli occhi l’immagine della prima pagina del «Sun» uscito alla vigilia delle elezioni del 1992: «Se Kinnock vincerà, l’ultimo a uscire dalla Gran Bretagna si ricordi di spegnere la luce». Era stato il colpo di grazia per le speranze della sinistra. Nel 1997 doveva essere eliminato alla radice qualsiasi possibile punto di appoggio per un attacco alla presunta inaffidabilità del Labour. E se il primo triennio da leader di Tony Blair era stato ispirato al massimo radicalismo, le ultime settimane prima della sua elezione a primo ministro furono dominate dalla massima circospezione. Tanto da spingerlo a flirtare con ogni componente dell’opinione pubblica britannica. Compresa quella dell’antieuropeismo irriducibile, al quale si rivolse nel giorno di San Giorgio sostenendo che un altro dragone che il santo patrono inglese avrebbe dovuto trafiggere era quello rappresentato oggi dal «superstato europeo».

Tanta cautela e accortezza ebbero comunque l’effetto di impedire qualsiasi crepa significativa nel blocco di consenso con cui il Partito laburista era arrivato al momento del voto. Il 1° maggio 1997 consegnò al Labour una maggioranza vastissima, di gran lunga superiore a ogni sua precedente vittoria elettorale, con il 44,4% dei suffragi e 419 parlamentari eletti contro i 165 dei conservatori. Che con il 31,5% dei voti erano stati costretti al loro peggior risultato dal 1832, perdendo quasi duecento seggi considerati «sicuri» (compresi quelli di ben sette ministri del governo Major). Gli analisti elettorali avrebbero poi verificato uno spostamento massiccio dell’opinione pubblica, nell’ordine di più del 10% di voti passati dalla destra alla sinistra.

Tony Blair arrivò a Londra molto oltre la fine di quella giornata, trascorsa nel collegio elettorale di Sedgefield insieme alla sua famiglia e a quella di Cherie, quando i dati degli exit poll stavano confermando l’entità sempre più imponente della vittoria. All’alba del 2 maggio raggiunse la festa laburista in corso già da qualche ora a South Bank: «Abbiamo sempre detto che se avessimo avuto il coraggio di cambiare ce l’avremmo fatta. Oggi ce l’abbiamo fatta … Siamo stati eletti come New Labour e governeremo come New Labour».

Stava per compiere quarantaquattro anni e sarebbe stato il più giovane primo ministro britannico dal 1812. Ma soprattutto portava su di sé le aspettative di un partito che era rimasto lontano dal potere di fare per quasi vent’anni, e di un paese che gli aveva affidato un capitale di consenso del tutto inedito. Un carico di attese e speranze che pochissimi prima di lui avevano portato sulle spalle. Quello stesso carico che qualche giorno prima aveva fatto dire a un gruppo di notabili laburisti, riunitisi per una birra alla fine di una lunga giornata di campagna elettorale all’insegna dell’entusiasmo per l’imminente vittoria: «Tutto questo svanirà, finiremo per scontentare tutti. Ci vuole tempo per cambiare e la gente diventerà impaziente. Così vanno le cose».

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