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  • domenica 4 Novembre 2012

Quando vinse Tony Blair

Il ruolo, le qualità e i limiti della leadership di Tony Blair sul partito laburista e sul governo britannico, ora che se ne parla di nuovo, in un capitolo della biografia di Andrea Romano

di Andrea Romano

Blair aveva fretta. Non poteva contare sui dieci anni della leadership di Neil Kinnock. Né si sentiva al riparo dalla possibile ripresa di iniziativa dei tory, che per quanto colpiti dal «mercoledì nero» del 1992 e appesantiti dalla debole guida di Major potevano ancora fare affidamento sul sostegno potenziale della maggioranza del paese. La «bolla speculativa» di consenso si sarebbe potuta sgonfiare nel giro di breve tempo. Anche per questo i due colpi di mano sul New Labour e sulla «Clause IV» erano venuti ben prima dei suoi cento giorni da leader. Con l’obiettivo di imprimere al Labour uno shock irreversibile. Ma soprattutto di liberarsi rapidamente dei «conti di bottega» lasciati aperti dal passato, per poter finalmente parlare al paese. Quel paese attendeva di esaminarlo, con animo benevolo ma non meno severo del solito. E alla Gran Bretagna Blair rivolse un’argomentazione destinata a incardinare il percorso laburista verso le elezioni.

Quello che serviva al paese – cominciò a dire già in quella sua prima conferenza di partito da leader – era una nuova coesione nazionale. Che sanasse le divisioni inflitte alla società e alla comunità civile dal ventennio thatcheriano. Non tanto attraverso il ritorno al giorno prima dell’avvento di Margaret Thatcher – l’obiettivo velleitario e resistenziale sul quale si era attestato il Labour nei primi anni Ottanta – ma con una nuova prospettiva di innovazione e unificazione civile che puntasse a fare della Gran Bretagna «una nazione di nuovo giovane».

«One Britain, young country», fu questo il temario essenziale della lunga campagna politica lanciata nel paese da Blair all’indomani della sua nomina a leader e fino alle elezioni del 1997. Era l’eco del bisogno di coesione che aveva spesso attraversato quella società così tradizionalmente corporativa e tanto rigidamente compartimentata. Formalmente si trattava di una citazione dallo slogan «One Nation» coniato dal conservatore Benjamin Disraeli più di un secolo prima. Ma nella versione di Blair rimandava allo spirito del 1945, a quel senso di missione comune che aveva spinto il «miglior governo laburista di sempre» a misurarsi con l’obiettivo di ricomporre la nazione attorno a un progetto di rinnovamento. Alla vigilia delle elezioni del 1997 equivaleva alla consapevolezza di avere a che fare con un paese che era certamente più ricco che in passato, ma anche molto più diviso e insicuro al proprio interno di quanto non fosse mai stato: «Siamo nati con il welfare state e il servizio sanitario nazionale e siamo cresciuti nell’economia di mercato dei conti correnti bancari e dei supermarket. Abbiamo avuto in tasca soldi che i nostri genitori non conobbero mai. Abbiamo goduto di migliaia di privilegi in più di qualsiasi altra generazione del passato, eppure soffriamo di un grado di insicurezza interiore e di una condizione di dubbio spirituale mai conosciuti prima».

Quello che serviva alla Gran Bretagna era una nuova stagione di giovinezza: spirituale e culturale, ma soprattutto declinabile in un nuovo primato di tutta la nazione. Economico, produttivo, educativo. Perché oggi erano i laburisti a rivendicare per sé il ruolo di portavoce del «patriottismo del futuro», rivolgendo un messaggio di incitamento e rassicurazione a un paese che rimaneva ossessionato dallo spettro del declino. Quello spettro che gli anni ruggenti del thatcherismo avevano dato l’impressione di poter sconfiggere, salvo farlo riapparire dopo pochi anni sotto forma di una gravissima crisi economica e finanziaria. Il «mercoledì nero» del 1992, con la svalutazione della sterlina e l’esplosione dei tassi di interesse fino al 15%, aveva svelato la natura fittizia delle strategie di crescita liberista perseguite dai tory. La fragilità del «boom and bust» thatcheriano, sotto il quale covava la minaccia della recessione rivelata all’inizio degli anni Novanta. La risposta del New Labour a quella fragilità era in una strategia di crescita che unisse innovazione economica e coesione sociale, mercato e comunità: «I tory hanno fallito» argomentava Blair «perché non capiscono che una nazione, così come una comunità, deve lavorare insieme per permettere agli individui di avere successo … I tory pensano che sia indispensabile scegliere tra l’interesse individuale e l’interesse della società nel suo insieme, ma in realtà l’interesse individuale richiede che la comunità lavori tutta insieme per raggiungere gli obiettivi che non possiamo ottenere da soli».

L’evocazione di un patriottismo coesivo, capace di tenere insieme la valorizzazione dell’interesse nazionale con le virtù della comunità e lo spirito d’iniziativa economia, fu lo strumento fondamentale che permise a Blair e al Partito laburista di dominare il discorso pubblico dal 1994 al 1997. Era una retorica capace di mettere in evidenza le debolezze dell’avversario conservatore senza rinchiudersi in un catastrofismo che avrebbe finito per spaventare ulteriormente un paese già tramortito dalla crisi del 1992. Permetteva a Blair di rivendicare il nucleo vitale della tradizione laburista, quello che aveva presieduto al grande disegno del welfare postbellico e che oggi si ritrovava nell’esigenza di restituire a un paese insicuro e indebolito il senso di una missione condivisa. E allo stesso tempo forniva al New Labour tutto lo spazio necessario per articolare la sua visione dell’innovazione economica, fatta anche di liberalizzazioni e riduzione della pressione fiscale.

All’interno di questa ampia cornice ideale trovarono posto le diverse proposte politiche laburiste. A partire dall’investimento nelle politiche educative, che per Blair doveva rappresentare il criterio principale di ogni strategia di rinascita economica. Per arrivare agli obiettivi di contenimento dell’inflazione, di controllo rigoroso della spesa pubblica (con l’esclusione di prestiti che non fossero rivolti a finanziare gli investimenti), di riforma del servizio sanitario nazionale e del sistema scolastico. Una massa di impegni che avrebbe infine preso la forma di un manifesto elettorale contenente ben 229 punti di programma. Una pletora di promesse che sarebbe servita a poco, se l’argomentazione propriamente politica della leadership laburista non avesse occupato saldamente il campo del confronto pubblico nei tre anni precedenti le elezioni. Mentre i sondaggi dal 1994 in avanti andarono confermando sempre più nettamente il vantaggio laburista, i conservatori si ritrovarono via via costretti in un angolo. Reagendo all’iniziativa laburista con l’appello a una confusa «Britishness» – che avrebbe dovuto rimandare al senso di appartenenza nazionale ma che finì per essere declinata in termini sciovinistici – o con la radicalizzazione della polemica antieuropea.

Quando il 17 marzo 1997 John Major sciolse il Parlamento annunciando che le elezioni politiche si sarebbero tenute il 1° maggio, il Labour era pronto da tempo a far partire la campagna elettorale più disciplinata e meticolosa della sua storia. Con diciotto anni di opposizione alle spalle e tutti i sondaggi per la prima volta a proprio favore, niente poteva e doveva essere lasciato al caso: «Sarebbe un eufemismo descriverci come nevrotici» ha scritto Peter Mandelson rievocando quei giorni. «Nessun particolare era tanto piccolo da non meritare attenzione; nessun giornalista era tanto oscuro da non dover essere corteggiato; nessuna voce dissonante era tanto debole da non suscitare la nostra preoccupazione.»

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