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  • domenica 4 Novembre 2012

Quando vinse Tony Blair

Il ruolo, le qualità e i limiti della leadership di Tony Blair sul partito laburista e sul governo britannico, ora che se ne parla di nuovo, in un capitolo della biografia di Andrea Romano

di Andrea Romano

Era un aspetto del suo disegno politico lungo il quale il leader laburista incontrava e rielaborava le idee e le convinzioni maturate negli anni della formazione personale, comprese quelle che avevano a che fare con lo spazio della religione. Uno spazio intimo e riservato per definizione, generalmente in ambito britannico e specialmente tra coloro che esercitavano la professione politica. Per i quali è sempre stato buon uso evitare riferimenti troppo espliciti alla propria fede, secondo un’antica tradizione di «understatement». Anche per questo il modo con il quale Blair si trovò a spiegare al pubblico la propria religiosità – già ampiamente annunciata dalla stampa – non fu dei più semplici. E non solo perché scelse di farlo in occasione di una ricorrenza religiosa, la Pasqua del 1996, e sulle colonne del conservatore «Daily Telegraph».

Nella riflessione in prima persona affidata a quel quotidiano – e titolata Perché sono cristiano – comparivano i riferimenti d’obbligo alle letture che avevano influenzato la sua fede (e in primo luogo all’insegnamento di John Macmurray); l’auspicio ecumenico di un dialogo sempre più ampio e intenso tra cattolici e protestanti; l’evocazione del perdono e della riconciliazione che i giorni di Pasqua ispirano in ogni credente. Ma c’era anche qualcosa di assai meno innocuo. In primo luogo un attacco al thatcherismo condotto per linee religiose ma senza ricorrere al tradizionale strumento retorico della compassione (laburista) contrapposta all’egoismo (conservatore). Ricordando il modo in cui Margaret Thatcher aveva citato la frase di san Paolo «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3,10) a sostegno di un taglio ai sussidi di disoccupazione, Blair ne rivendicava il senso volgendolo in direzione della propria idea di responsabilità. Spiegando che «san Paolo in realtà intendeva dire che ognuno di noi ha il dovere di darsi da fare per il bene comune; che per ricevere dei benefici occorre dare e non solo prendere … che la comunità nella quale viviamo sarà danneggiata se ciascuno di noi non accetterà su di sé la propria parte di responsabilità».

Ma altrettanto particolare era l’esempio che Blair sceglieva di prendere dall’iconografia religiosa per illustrare la propria rappresentazione dell’intreccio tra religione e politica. Quell’esempio era Ponzio Pilato, «figura straordinariamente affascinante perché così umano e imperfetto, lacerato tra principi e realtà politica». Di più: secondo Blair era «possibile vedere in Pilato una sorta di archetipo del politico, colto in mezzo ai termini conflittuali di un classico dilemma politico. Noi sappiamo che le sue azioni furono sbagliate. Ma sappiamo anche che la storia ci ha sempre proposto un conflitto tra ciò che è giusto e ciò che è opportuno … E non sempre è chiaro, neanche in retrospettiva, dove sia davvero il giusto. Il dilemma è sempre uno solo: è necessario fare ciò che appare giusto e corrispondente ai princìpi o ciò che risulta politicamente opportuno? È necessario applicare un valore di moralità assoluta o un criterio di utilità relativa?». Non sarebbero passati molti anni prima che quel dilemma si presentasse concretamente dinanzi a Blair, negli stessi termini in cui lo aveva prefigurato allora. Riferendosi a Ponzio Pilato, ma forse già pensando a se stesso.

Fu lungo queste coordinate politiche e personali, nel corso dei due anni successivi alla sua elezione a leader, che Tony Blair affinò la nuova mappa dei valori con la quale il Partito laburista si sarebbe predisposto alla prova del 1997. E mentre si faceva più netto il profilo delle idealità su cui si sarebbe giocata la partita con i conservatori, il nuovo gruppo dirigente del Labour si concentrava sul messaggio da trasmettere al paese. Un compito reso più facile dalla potente spinta favorevole di cui poté beneficiare quella nuova leadership nella sua fase iniziale. L’effetto di immagine ricavato dalla nomina di un «giovane capo che finalmente parla chiaro» alla guida di un partito che nella percezione pubblica non si era ancora del tutto liberato dalle ombre del passato, fu tale da provocare quella che John Rentoul ha definito una «bolla speculativa di consenso». Tanto forte da indurre i sondaggi, già alla fine del 1994, a quotare il Labour a un improbabile 61% di preferenze tra gli elettori. Ma anche da provocare una reale impennata nell’afflusso di nuovi militanti o nel ritorno di chi si era allontanato dal partito. Con il risultato di portare il numero degli iscritti al Labour, in pochi mesi, da 260.000 a 330.000.
Si trattava di un capitale potenziale che doveva essere utilizzato al più presto. E che la nuova leadership decise di spendere in due colpi di teatro di grande valore simbolico, realizzati all’interno del partito ma rivolti a tutto il paese. A significare la determinazione a muoversi lungo i binari di un’irreversibile innovazione di immagine e contenuti. Il primo fu il lancio dell’espressione «New Labour» come nuova denominazione ufficiosa del partito. Il secondo fu la cancellazione della celebre «Clause IV» dello statuto sugli obiettivi strategici del partito in materia di proprietà dei mezzi di produzione – nella sua versione originaria, mai modificata dopo il 1918 – e la sua sostituzione con una ben diversa formulazione. Autentici colpi di mano, per quanto veicolati all’approvazione molto ampia del partito, che Blair concepì nel corso della sue prime vacanze estive da leader. Che trascorse per una buona parte dell’agosto 1994 in Lunigiana nei dintorni di Aulla, ospite dei genitori di Tim Allan, dove mise a punto il piano che avrebbe realizzato alla ripresa autunnale. Tale piano avrebbe avuto il suo momento decisivo all’apertura della conferenza di partito, l’appuntamento annuale previsto quell’anno per l’inizio di ottobre. Per Blair sarebbe stata la prima occasione per presentarsi, nelle nuove vesti di leader, dinanzi a un partito che lo aveva appena scelto con un ampio margine di consensi ma che doveva ancora esserne conquistato.

I delegati che il 2 ottobre 1994 entrarono nel salone di Blackpool dove si apriva la conferenza si trovarono dinanzi al solito, enorme fondale. Questa volta di un bizzarro colore pistacchio. Ma soprattutto dominato dalla scritta NEW BRITAIN, NEW LABOUR. Qualcosa di più di uno slogan, qualcosa di meno di un vero e proprio nome nuovo per il partito. Scelto nelle settimane precedenti attraverso una defatigante discussione interna al gruppo dei più stretti collaboratori di Blair, con alcuni (Mandelson e Gould) che suggerivano formule meno dirette come LABOUR’S NEW APPROACH. La paternità della versione definitiva fu di Alastair Campbell, evidentemente ispirato dalla tensione giornalistica a ricercare sempre il titolo più efficace e attraente. Perché tale era quella formulazione, non a caso destinata a sopravvivere sostanzialmente intatta per oltre un decennio. Un titolo che allora, a meno di due anni dalla vittoria di Clinton, rimandava ancora una qualche eco dei New Democrats che avevano conquistato la Casa Bianca. Ma che alle centinaia di delegati che se lo trovarono di fronte in quella sala, senza esserne stati avvertiti, dovette trasmettere immediatamente il senso di qualcosa di irreversibile che stava accadendo al loro partito. Quello slogan – e la buona accoglienza che ricevette da una platea che in passato non aveva mai temuto di fischiare i propri leader – furono solo la prima sorpresa della conferenza. Perché il discorso di Blair – un vero capolavoro di retorica, rivolto a «quei genitori che vogliono che i propri figli studino in aule che non cadono a pezzi», a «quegli uomini e a quelle donne che si svegliano al mattino e scoprono per l’ennesima volta che qualcuno è entrato nella loro cucina per rubare il televisore», a «quei pensionati che hanno paura di uscire di casa» – si concluse con una lunga tirata sulla necessità che il Partito laburista «dicesse la verità su ciò che intendeva fare e realizzasse davvero ciò che intendeva fare».

Cosa significava? Niente di più e niente di meno dell’annuncio di una proposta rivoluzionaria: il cambiamento del punto dello statuto laburista che dal 1918 in avanti aveva stabilito che ogni governo laburista avrebbe dovuto «garantire ai lavoratori manuali e dell’ingegno il pieno godimento e la più giusta distribuzione dei frutti della propria fatica, sulla base della proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio». Ovvero la nazionalizzazione come orizzonte strategico delle politiche economiche laburiste. Codificata in un precetto programmatico che al suo primo apparire aveva avuto l’obiettivo di marcare tutta la differenza possibile dai liberali, dai quali i laburisti si erano appena separati. Ma che con il passare degli anni aveva assunto le sembianze di un totem inattaccabile, sul quale si erano già infranti nel 1959 i propositi di modifica del leader Hugh Gaitskell.

Idealmente, Blair riprese il discorso da quel tentativo fallito. Mettendo il partito dinanzi all’esigenza primaria di «dire la verità» su ciò che si era e su ciò che si aveva intenzione di fare al paese. Quella verità non coincideva più – e da tempo – con l’orizzonte delle nazionalizzazioni. Ma era il momento di metterla nero su bianco, «in termini tali da non poter essere equivocati dal pubblico e da non poter essere volontariamente stravolti dai conservatori». Era un approccio ragionevole e assai poco ideologico alla questione della «Clause IV». Che tuttavia, per la carica identitaria che questa aveva assunto nel corso degli anni, non poté evitare l’opposizione di un fronte non irrilevante all’interno del partito. Dove la sinistra tradizionale si trovò alleata a una parte della cospicua rappresentanza di provenienza sindacale. E persino ad alcuni esponenti della vecchia scuola revisionista come Roy Hattersley, che iniziò da allora a polemizzare con Blair. Tuttavia il colpo riuscì, anche per la forte spinta positiva su cui poteva contare la nuova leadership. E alla fine di una consultazione capillare del Labour, formalizzata nel corso di una successiva riunione plenaria dei delegati, il 65% del partito sostenne una nuova formulazione che archiviava il totem delle nazionalizzazioni scolpito da Sidney Webb quasi ottant’anni prima. Sostituendolo con una formulazione scritta di proprio pugno da Blair e intrisa della sua fede nelle virtù della comunità e della responsabilità: «Il Partito laburista è un partito socialista democratico, convinto che attraverso i nostri sforzi congiunti si possa ottenere più di quanto non sia possibile fare da soli; che sia necessario dare a ognuno gli strumenti per realizzare le proprie potenzialità e a tutti noi una comunità nella quale il potere, il benessere e le opportunità siano nelle mani dei molti e non dei pochi. Dove i diritti di cui godiamo riflettano i doveri che abbiamo. E nella quale sia possibile vivere insieme, liberamente, in spirito di solidarietà, tolleranza e rispetto».

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