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  • domenica 4 Novembre 2012

Quando vinse Tony Blair

Il ruolo, le qualità e i limiti della leadership di Tony Blair sul partito laburista e sul governo britannico, ora che se ne parla di nuovo, in un capitolo della biografia di Andrea Romano

di Andrea Romano

D’altra parte, la stessa rappresentazione storica che Blair aveva della sinistra britannica, delle correnti politiche e di pensiero che l’avevano animata, sembrava guardare a un perimetro più ampio di quello tradizionalmente associato al Partito laburista. Nella galleria d’onore del Labour, tra le figure e le stagioni principali della sua vicenda storica, Blair era attratto soprattutto dall’esperienza del governo di Clement Attlee ed Ernest Bevin. Da quel primo esecutivo del dopoguerra che in soli cinque anni era riuscito a collocare su binari completamente nuovi la nazione britannica, in economia così come in politica estera. E per quanto il modello di welfare disegnato da quel governo apparisse definitivamente superato all’attuale leadership laburista, rimaneva il fatto che Attlee e i suoi uomini erano riusciti a dare una prova di efficacia e lucidità politica mai eguagliata. In una certa misura, nel gruppo dei «modernizzatori» laburisti vi era la stessa duplice consapevolezza della grandezza e del limite di quell’amministrazione che era stata della generazione dei revisionisti degli anni Cinquanta.

Come Crosland e i suoi contemporanei, anche Blair e i suoi alleati riconoscevano al primo governo laburista del dopoguerra la capacità di aver saputo ridisegnare il profilo della nazione. Perdendo tuttavia l’occasione di accompagnare la Gran Bretagna nella nuova fase storica che essi stessi avevano contribuito ad aprire: quell’età dei consumi e dell’affluenza, alla quale non sarebbe stato sufficiente applicare il grandioso programma delle nazionalizzazioni e del welfare universalistico. Implicitamente, la nuova leadership laburista intendeva misurarsi con quella che Peter Mandelson definiva «la lacuna collettiva mostrata dal grande governo riformatore del 1945». Candidandosi a colmarla con pari ambizione ed eguale pragmatismo.

Ma la particolare lettura che Blair dava di quell’esperienza di governo aveva anche un tratto nuovo e rivelatore. Perché, al di là dello spirito nazionale già espresso dalla coalizione guidata da Churchill negli anni di guerra, egli vi riconosceva anche l’eredità della tradizione liberale e neoliberale. E dunque di quella multiforme corrente politica e di pensiero che aveva dato forma per la prima volta, tra il finire dell’Ottocento e il secondo decennio del Novecento, alla rappresentanza delle classi popolari e alle aspirazioni politiche di coloro che su quella rappresentanza intesero far perno per riformare profondamente l’economia e le istituzioni britanniche.

Un anno dopo la sua elezione a leader, Blair avrebbe rievocato in questi termini il cinquantennale della vittoria laburista del 1945. Rendendo un omaggio particolarmente ispirato al «più grande governo britannico di questo secolo», «l’eccezione piuttosto che la regola» nella vicenda del Labour, la cui «fortissima carica di consenso politico era destinata a non essere mai più ritrovata dal nostro partito». Una carica le cui radici Blair collocava anche nella tradizione liberale, e in particolare in quella fase storica segnata da «personaggi che erano al contempo liberali e socialdemocratici, figure di transizione collocate a cavallo di due diverse stagioni storiche, nel momento che vide il passaggio dal dominio di un’etica politica a un’altra». Era la descrizione di personalità come Lloyd George, Beveridge o Keynes. E soprattutto era l’immissione ufficiale del riformismo liberale tra i miti di fondazione del New Labour.

Un passaggio che nelle intenzioni di Blair doveva essere una riconciliazione tra cugini separati, con benefiche conseguenze per la lucidità politica del Labour. Perché «proprio per il bisogno di distinguersi dai riformatori liberali, lo statuto laburista si identificò con una particolare corrente del pensiero socialista. Quella incentrata sulla proprietà statale. Con la conseguenza di segnare la nostra ideologia con una visione troppo angusta del socialismo democratico». Ma non solo di storia si trattava. Perché il compito della leadership laburista guidata da Blair doveva essere la definitiva emancipazione del Labour da quella visione riduzionistica del socialismo, completando il percorso già avviato da Kinnock. Così come la ricomposizione in termini propriamente politici di un fronte progressista che andava al di là degli attuali confini del Labour; che si alimentava anche alla tradizione intellettuale liberale e neoliberale; e che su questa strada doveva fatalmente incrociare il Partito liberaldemocratico. Ovvero il soggetto nato dalla fusione tra il vecchio Partito liberale e il nuovo Partito socialdemocratico sorto nel 1981 da una costola del Labour. Dopo il testa a testa delle elezioni del 1983, quel soggetto non aveva più rappresentato una minaccia diretta all’egemonia laburista sull’opposizione ai conservatori. Era stato questo uno dei risultati più preziosi della lunga e tenace leadership di Neil Kinnock. Lo sguardo rivolto da Blair ai liberaldemocratici non era più condizionato da meccanismi competitivi, quanto dall’esigenza di far sponda su quel soggetto politico e sulla tradizione di cui esso era titolare per rafforzare la torsione che egli intendeva imprimere al Labour. Verso quello spazio dell’autonomia e della valorizzazione individuale che negli ultimi vent’anni era stato occupato dal liberismo thatcheriano, ma che poteva essere recuperato ai valori liberali e comunitari che il suo Labour intendeva rappresentare di fronte alla nazione.

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