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  • domenica 4 Novembre 2012

Quando vinse Tony Blair

Il ruolo, le qualità e i limiti della leadership di Tony Blair sul partito laburista e sul governo britannico, ora che se ne parla di nuovo, in un capitolo della biografia di Andrea Romano

di Andrea Romano

Vi comparivano per la prima volta le incursioni propriamente politiche di Anthony Giddens, che dal suo terreno sociologico si muoveva a suggerire «una completa rifondazione del nostro sistema di welfare», in grado di «restituire all’individuo una forte autonomia di azione» e di «ricostruire la rete della solidarietà sociale attraverso la conciliazione tra autodeterminazione e interdipendenza nelle diverse sfere della vita della comunità»; così come vi si trovava una corposa riflessione di Gordon Brown (a cui era stato affidato il compito della sintesi politica finale), incentrata sulle potenzialità dell’individuo come soluzione per rivitalizzare una comunità nazionale devastata dal thatcherismo. Un testo nel quale Brown prefigurava «uno Stato che dia nuovi strumenti ai suoi cittadini [l’“enabling state” di Kinnock], che offra una via d’uscita a coloro che sono intrappolati nel welfare e dimostri che il vero ruolo di un governo è valorizzare la responsabilità individuale e non sostituirsi a essa. Per questo il welfare dovrebbe essere un trampolino di lancio, piuttosto che una semplice rete di sicurezza».

Erano idee che coglievano con qualche preveggenza lo spirito del tempo e che di lì a poco avrebbero rappresentato l’ispirazione di fondo del New Labour. Idee che David Miliband, nell’introduzione al volume, collegava l’una all’altra con lucidità sorprendente per un giovane di ventotto anni. Collocandole sullo sfondo di una crisi che non era solo della sinistra ma più in generale della democrazia, se si guardava ai fenomeni di antipolitica che si andavano diffondendo in tutto il mondo occidentale (e si pensi a cosa accadeva in Italia in quei mesi del 1993-94). Ma alla sinistra quella crisi richiedeva la ricerca di nuovi strumenti di mobilitazione, che restituissero ai suoi valori tradizionali e alla sua prospettiva politica la capacità di governare i fenomeni sempre più complessi che la globalizzazione faceva emergere nelle società occidentali. Quegli strumenti di mobilitazione – era questo il senso di fondo del lavoro svolto dall’Ippr – non potevano essere trovati nel cerchio rassicurante delle identità tradizionali. Viceversa, i valori tradizionali dell’eguaglianza e della solidarietà dovevano «essere accompagnati da un nuovo impegno verso l’estensione dell’autonomia personale», giacché «l’interesse collettivo sarà garantito dall’integrazione tra l’azione pubblica e le decisioni di mercato, piuttosto che dalla loro giustapposizione».

Il tema dell’antipolitica come sfondo del rinnovamento ideale del laburismo appare particolarmente rilevante se visto a dieci anni di distanza. Perché mette in luce come una delle spinte originarie del blairismo sia stata proprio l’intenzione di accrescere la forza autonoma della politica, nei confronti sia dei rischi di svuotamento della democrazia connessi ai processi di globalizzazione sia della diffusione di sentimenti di disillusione verso le istituzioni pubbliche. Il New Labour nasce quindi come tentativo di «ripoliticizzare» la sinistra, adeguando attorno ai valori tradizionali i suoi strumenti di mobilitazione. Non tanto in senso organizzativo (attraverso partiti più efficienti e militanti), ma soprattutto con la scelta di percorsi nuovi sui quali far transitare quei valori: l’accento sull’autonomia personale, la liberazione dalla «trappola del welfare», lo Stato che mette in condizione i propri cittadini di affrontare la novità delle sfide e delle minacce.

Un afflato intensamente politico che in quello stesso periodo stava sviluppando anche Geoff
sizione più defilata rispetto a Miliband, almeno per i primi anni da leader. La duplice particolarità di Mulgan era la sua provenienza dalle file della nuova sinistra britannica e la specializzazione accademica nel campo delle telecomunicazioni. Nello specifico, Mulgan aveva insegnato tecnologie della comunicazione digitale al Polytechnic of Central London ed era stato tra i principali collaboratori di «Marxism Today». Proprio negli anni in cui da quella tribuna solo formalmente ortodossa venne articolandosi quella particolare lettura del thatcherismo che avrebbe influenzato Blair e altri dei più vicini collaboratori di Kinnock. Insieme a Martin Jacques, condirettore della rivista, Mulgan aveva fondato nel 1993 Demos, un think-tank tra i più eclettici della scena britannica, allora come oggi molto abile nel mescolare campi di indagine assai distanti tra di loro, come i nodi della privacy, la comunicazione pubblica, le politiche per la famiglia.

Nei mesi finali della leadership di John Smith, in particolare, Mulgan aveva pubblicato Politics in an Antipolitical Age. Un libretto dai toni visionari – e di forte visibilità sui giornali del periodo – che muoveva dalla stessa considerazione che aveva spinto Miliband e l’Ippr a concentrare la propria attenzione sul peso crescente dell’antipolitica. Disegnando per la sinistra britannica, come soluzione alla perdita di senso e all’indebolimento dei propri valori, il profilo di un nuovo tipo di attore collettivo: il «politico come creatore sociale», che «avrebbe avuto con i propri elettori una relazione diversa da quella basata sugli interessi materiali e focalizzata invece sulla comunicazione e la mobilitazione attorno a valori condivisi». «Ciò che legittimerà questo nuovo tipo di politico» scriveva Mulgan «sarà la sua abilità nel definire nuovi confini e nuovi interessi comuni attorno a cui creare un proprio elettorato … La sua capacità sarà non tanto quella di evangelizzare un’ideologia recuperata dai filosofi, quanto quella di creare una composizione tra principi etici di derivazione pragmatica, esperienze concrete e idee innovative.»

Quella che poteva sembrare una fumosa fantasia era invece un prezioso suggerimento strategico per Tony Blair. E più in generale per coloro che, al vertice del Labour, si interrogavano dopo la scomparsa di John Smith sulle forme che avrebbe dovuto concretamente assumere il loro obiettivo di rilanciare la capacità del partito. Se era ben definita la comune intenzione di riprendere la via della «modernizzazione», dopo la pausa imposta dalle cautele di Smith, meno chiaro era il percorso da seguire per riempirla di contenuti. Per innovare nel merito e nella forma la proposta politica laburista, soprattutto in vista di una stagione che avrebbe dovuto dimostrare rapidamente la capacità di mutare i rapporti di forza a favore della sinistra. In vista di un appuntamento elettorale che era sì previsto di lì a tre anni – nel 1997 – ma che per la leadership inizialmente tanto nuova quanto fragile di Blair avrebbe potuto rappresentare la prima e ultima possibilità di dimostrarsi vincente.

La capacità del nuovo leader fu quindi quella di attingere da subito a una pluralità di correnti di pensiero interne alla sinistra britannica, ben al di là dei ristretti confini della tradizione revisionista e fino a comprendere le componenti più brillanti della «nuova sinistra» di derivazione neomarxista. Accanto al «nucleo duro» dei modernizzatori, la scelta di David Miliband e Geoff Mulgan doveva rivelarsi particolarmente feconda. Contribuendo a dare corpo e struttura al suo profilo intellettuale. E innestandosi su una base di convinzioni il cui perimetro era già segnato dalla comunità come luogo della realizzazione dell’autonomia individuale, dal pragmatismo, dalla centralità delle convinzioni etiche. Quella che rimaneva solidamente ancorata alla tradizione revisionista era l’idea che il mercato fosse il luogo nel quale doveva realizzarsi l’azione pubblica. Una convinzione che non veniva articolata nei termini solari e ottimistici della stagione di Crosland, ma che comunque prevedeva che la politica progressista dovesse andare d’intesa con il mercato e non contro di esso. Anche e soprattutto per valorizzarne la capacità di produrre benessere pubblico e sviluppo. Così come di diretta derivazione revisionista era il metodo politico che la nuova leadership laburista sceglieva di perseguire: la ricerca di una più ampia e articolata estensione dell’area di consensi del partito, attraverso un nuovo connubio tra il proprio elettorato tradizionale e l’appello a quei settori della società che non erano geneticamente legati alla sinistra.

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