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  • domenica 4 Novembre 2012

Quando vinse Tony Blair

Il ruolo, le qualità e i limiti della leadership di Tony Blair sul partito laburista e sul governo britannico, ora che se ne parla di nuovo, in un capitolo della biografia di Andrea Romano

di Andrea Romano

Un insieme di concetti che Blair affidava, in forma più articolata, a un pamphlet dal titolo Socialism pubblicato in quegli stessi giorni di giugno dalla Fabian Society. Nel quale si leggeva, tra l’altro: «Il Partito laburista e la sinistra britannica hanno di fronte a sé la straordinaria opportunità di conquistare il terreno e il linguaggio delle opportunità, attraverso politiche che siano perfettamente coerenti con i propri principi tradizionali: in particolare con l’obiettivo di dare agli individui i migliori strumenti per migliorare la loro condizione nella nuova economia contemporanea. Adattando quei principi al mondo contemporaneo nel quale viviamo. Il nostro pensiero e le nostre nuove idee devono concentrarsi su questo obiettivo, liberandosi da vincoli ideologici del tutto artificiali».

È difficile non vedere in queste note, buttate giù alla vigilia della sua designazione a leader, il nocciolo del blairismo così come di lì a poco sarebbe stato conosciuto dalla sinistra britannica. Come sintesi estremamente semplificata della strategia politica laburista, quella bozza di lavoro avrebbe potuto essere scritta anche dieci anni dopo. A conferma non tanto della particolare coerenza del disegno blairiano, che in realtà avrebbe conosciuto più di un aggiustamento, quanto della compattezza del suo nucleo ideologico di fondo.

Quel nucleo risultava essere in buona sostanza il frutto di un incontro a tre: da una parte le migliori intuizioni della tradizione del revisionismo laburista, filtrate dall’esperienza degli anni di Neil Kinnock (la critica all’economicismo socialista, lo Stato che dà strumenti e non semplice assistenza); dall’altra l’afflato radicale della sinistra laburista (la nuova direzione da imprimere al paese, la possibilità di essere allo stesso tempo radicali e moderni); e sullo sfondo, a connotare il tutto, la forte ispirazione morale e comunitaria che aveva animato Tony Blair sin dagli anni di università. Un’ispirazione che già nei suoi primi passi da politico aveva sorretto l’idea di una necessaria trasformazione del sistema di welfare britannico, insieme a un altrettanto necessario allargamento dello spazio politico del Labour. Facendogli dire già nella sua lezione australiana del 1982 che «la Gran Bretagna sta diventando la patria di due diverse società: coloro che hanno impieghi ben pagati o che lavorano nelle industrie dove i sindacati sono forti, e coloro che sono senza lavoro o che non sono protetti da nessun sindacato. Rivolgere il nostro appello elettorale solo a una delle due parti attirerebbe su di noi l’ostilità dell’altra».

Di lì a pochi mesi il progetto del New Labour si sarebbe presentato anche come cesura radicale con una parte della storia precedente di quel partito. Tony Blair avrebbe tratto da quella cesura la forza per alimentare la sua stagione da leader e il progetto di estendere i confini del consenso laburista oltre i tradizionali serbatoi elettorali. Ma se è vero che la leadership di Blair rappresentava l’abbandono delle cautele che avevano segnato gli anni di John Smith, oltre che la definitiva sepoltura delle tentazioni massimaliste covate dal partito negli anni Ottanta, è altrettanto vero che gran parte della contrapposizione tra «New Labour» e «Old Labour» aveva una funzione mitologica. Intendendo fondare una nuova tradizione che fosse strumentale al consolidamento di un leader all’interno del proprio partito, e di quel partito all’interno della nazione britannica. Perché, in realtà, i punti di contatto tra il nascente fenomeno del blairismo e la vicenda laburista del Novecento erano molti e non casuali. Configurando quel fenomeno come il punto di arrivo di un’articolata storia politica e non solo personale.

I segni della continuità con correnti diverse della tradizione laburista, ben al di là di quella revisionista, erano visibili anche nella scelta dei collaboratori di cui Blair volle circondarsi in quella fase iniziale della sua leadership. Il nucleo dei partigiani della «modernizzazione», quello che ne aveva sorretto le convinzioni e l’avanzata personale negli anni di Kinnock e di Smith, rimaneva intorno a lui nelle figure di Mandelson, Gould e Alastair Campbell. Quest’ultimo, entrato nel suo staff come addetto stampa nel 1994, già da anni era molto noto come stella del giornalismo politico (oltre che come una delle persone più vicine a Neil Kinnock). Ma al di là della cerchia di sodali e consiglieri strategici, Blair scelse di essere affiancato da due giovani quasi sconosciuti provenienti dal mondo dei think-tank, i pensatoi dove competenze scientifiche e ispirazione politica si mescolano nella produzione di scenari strategici e soluzioni tecniche spesso fascinose quanto velleitarie. E che, soprattutto in ambito anglosassone, svolgono tradizionalmente la funzione di bacino di alimentazione per le idee di politici desiderosi di percorrere nuove strade.

I due erano David Miliband e Geoff Mulgan, provenienti rispettivamente dall’Ippr (Institute for Public Policy Research) e da Demos. Il primo era figlio d’arte: il papà Ralph Miliband era stato negli anni Sessanta uno degli intellettuali che con maggiore vigore si erano opposti al pensiero revisionista, soprattutto con il suo Parliamentary Socialism del 1961. Accusandolo in particolare di voler perseguire un disegno compromissorio e moderato, del tutto lontano dai veri ideali di trasformazione della società. Da tanta intransigenza – e non senza una qualche ironia della sorte – erano usciti due figli destinati ad accompagnare sino a oggi il lavoro dei dioscuri del New Labour. David con Blair (alla guida della sua «policy unit» fino al 2001, poi come viceministro per l’Istruzione, infine come responsabile della campagna elettorale del 2005 insieme ad Alan Milburn) e il fratello Ed come capo dello staff politico di Gordon Brown. Una coppia di giovani brillantissimi, che ben prima di compiere trent’anni avevano già conquistato una posizione centrale nel cervello politico della nuova leadership laburista.

L’Ippr era stato fondato alla fine degli anni Ottanta da Patricia Hewitt, l’ex stratega di Neil Kinnock. E dell’aspirazione al rinnovamento di quest’ultimo aveva voluto sviluppare i contenuti, specialmente negli anni della bonaccia di John Smith, guardando soprattutto al modello di agitazione politico-culturale dei think-tank statunitensi. David Miliband, in particolare, si era occupato di un progetto destinato a lasciare più di una traccia negli anni a venire: una serie di seminari programmatici riservati, nei quali venne affidato ad alcune personalità del mondo delle idee e della politica il compito di suggerire le modalità di una completa reinvenzione della strategia laburista. Questo lavoro venne svolto tra il 1993 e il 1994, ben prima della morte di Smith e quando non vi era motivo di ritenere che la leadership laburista non dovesse rimanere a lungo nelle sue mani. Il prodotto finale, però, un volumetto dal titolo ambizioso ma non del tutto fuori bersaglio di Reinventing the Left, doveva casualmente apparire in pubblico all’indomani della scomparsa di Smith e nel pieno dell’emersione della candidatura di Blair.

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