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  • domenica 4 Novembre 2012

Quando vinse Tony Blair

Il ruolo, le qualità e i limiti della leadership di Tony Blair sul partito laburista e sul governo britannico, ora che se ne parla di nuovo, in un capitolo della biografia di Andrea Romano

di Andrea Romano

Da qui la principale difficoltà che dovette affrontare Blair nei giorni immediatamente successivi alla morte di Smith. In una vicenda che si svolse largamente nell’ombra, tra colloqui riservati dei rispettivi emissari e cene a quattr’occhi fra i due leader. E che nelle ricostruzioni giornalistiche degli anni a venire avrebbe assunto i toni di un dramma shakespeariano. Alimentando un genere particolarmente popolare nella stampa britannica, sia quella colta sia quella tabloid, con consiglieri che tramano alle spalle di questo o di quello, donne che incitano i rispettivi partner a essere ambiziosi e implacabili, patti segreti siglati in ristoranti alla moda. Il dramma ha avuto persino una sua trasposizione cinematografica, nel film per la televisione The Deal, diretto da Stephen Frears e trasmesso da Channel Four nel settembre 2003. La verità è che non era nell’interesse di nessuno che si producesse una frattura tra i due leader. Ciascuno dei quali sapeva di dover assolutamente contare sull’appoggio dell’altro. Non solo per il controllo del partito, ma soprattutto nella prospettiva non più immaginaria di un governo del paese che avrebbe richiesto a tutto il Labour la piena disponibilità delle sue migliori risorse politiche e personali.

La forza della candidatura di Tony Blair era nelle cose: nei sondaggi che già dalla domenica successiva alla morte di Smith lo davano largamente in testa su Brown nelle preferenze degli elettori (e non solo dei militanti laburisti); nei favori della stampa progressista che aveva messo gli occhi su di lui sin dall’inizio degli anni Novanta; nell’appoggio del più ampio gruppo dirigente del partito, che da entrambi questi canali ricavava la convinzione che fosse proprio Blair la figura più adatta ad attrarre finalmente al Labour il sostegno della maggioranza del paese. È del tutto evidente che Brown vivesse questi segnali con sofferenza. Si trattava di una dolorosa delusione personale per chi, come lui, si era preparato da anni a questo momento. Venendo superato proprio sul traguardo. Avrebbe potuto provare a ribaltare i pronostici, promuovendo una campagna a proprio favore che facesse appello a quei larghi settori laburisti che ne apprezzavano il più tradizionale cursus honorum e la più rassicurante affidabilità di partito. Ma sarebbe stata una scelta di rottura e piena di incognite, da cui il Labour sarebbe probabilmente uscito con molte ferite. Anche perché Blair non avrebbe rinunciato in alcun modo alla propria candidatura.

Fu lo stesso Brown a dar prova di responsabilità, rivelando la tempra di chi aveva ricevuto dai decenni vissuti nella sinistra britannica non solo una grande ambizione ma anche una solida educazione morale e politica. La sua rinuncia prese la forma riservata di un accordo diretto con Blair, favorito dalla mediazione di Mandelson, con il quale vennero poste le basi di una divisione dei compiti nel futuro governo laburista. Tra i due fu concordato un vero documento politico, la cui ultima bozza preparatoria è stata recentemente pubblicata dalla stampa britannica. Vi si riconosceva che «Tony risulta essere in vantaggio nei sondaggi di opinione … pur essendo entrambi sostenuti dall’appoggio di una larga parte del partito e dei sindacati»; l’obiettivo che i due si ponevano era «garantire che la nomina del nuovo leader sia orientata a un unico scopo: assicurare l’elezione di un governo laburista che possa contare sulla più ampia unità del partito»; e per questo «Gordon ha preso una decisione che privilegia la coesione e lo spirito di squadra rispetto all’ambizione personale». Il ruolo che veniva garantito a Brown era quello di stratega dell’agenda economica del futuro governo laburista, secondo un «programma di giustizia sociale, di valorizzazione delle competenze e delle opportunità di lavoro» di cui «Tony garantisce la realizzazione».

L’intesa fu sancita nel corso di una cena a due, la sera del 31 maggio 1994, al ristorante Granita, nel quartiere londinese di Islington. Si trattava di un accordo destinato a segnare tutto il successivo decennio laburista, all’insegna di una divisione dei ruoli tra il leader, che avrebbe garantito la raccolta dei consensi decisivi per conquistare e mantenere il governo del paese, e colui che di quel governo avrebbe retto il timone delle politiche economiche. In cambio della leadership di partito – a cui rinunciava senza condizioni, e dunque senza alcun accenno a un’ipotetica, futura staffetta alla guida del governo – Gordon Brown riceveva carta bianca nel suo terreno di elezione. Ma soprattutto era un accordo possibile solo perché quelli che si spartivano il campo erano due generali alleati. Diversi per molti aspetti nel loro profilo pubblico ma del tutto simili per quanto riguardava la direzione da imprimere al partito e al corso politico del paese. Da qui la forza di un’intesa che negli anni a venire avrebbe resistito a tornanti anche drammatici. E che nell’immediato permetteva a Tony Blair di affrontare con estrema sicurezza la corsa per la guida del partito.

Perché, in effetti, quella che si aprì il 10 giugno, con la presentazione ufficiale della sua candidatura, fu una formalità piuttosto che un’autentica campagna per la leadership. Poco poté essere raccolto dagli altri due contendenti, John Prescott e Margaret Beckett. E il 21 luglio 1994, con il 57% dei voti e all’età di quarantuno anni, Tony Blair veniva designato leader del Partito laburista. Quel partito che si affidava alle capacità taumaturgiche di un giovane dirigente, iscritto da meno di vent’anni e presente in Parlamento da poco più di dieci, per tentare il quinto e consecutivo assalto al dominio politico dei conservatori. Era questa la natura del vero patto su cui poggiava la leadership di Blair: quello siglato con il Labour, non tanto la divisione dei compiti definita con Gordon Brown. E tuttavia quel patto avrebbe dovuto essere rapidamente alimentato da qualcosa di più di un senso di fiducia disperata, quale aveva sorretto la scelta dei moltissimi che avevano designato Blair alla leadership. Di lì a poco non sarebbe più bastata l’eco della sua campagna sul crimine o la benevolenza dei principali editorialisti politici. Blair avrebbe dovuto rapidamente convincere il partito dell’efficacia delle proprie convinzioni e della propria strategia, ponendo al contempo le basi per la lunga campagna che si sarebbe svolta nel paese in vista del voto popolare del 1997.

Ma se le sue convinzioni erano quelle maturate nel corso degli anni, a partire dalle passioni morali dell’università, qual era la sua strategia? Come contava di far vincere il partito di cui era diventato capo? Da questo punto di vista, la campagna per la leadership non fu un’occasione molto utile. Troppo ampio il consenso che lo sorreggeva, troppo scontata la sua elezione per spingerlo a mettere a fuoco pubblicamente la sua prospettiva di movimento. In realtà quella prospettiva andava prendendo forma dietro le quinte, negli incontri con coloro che sarebbero stati i suoi principali collaboratori al vertice del partito. E nell’elaborazione di idee di fondo che avrebbero rappresentato lo scenario sul quale si sarebbe poi definita una vera strategia elettorale.

Philip Gould, in particolare, ci racconta di un memorandum riservato che Blair scrisse in giugno. Dunque, prima della formalizzazione della sua nomina a leader. Tra i «principi strategici» che Blair si riprometteva di sviluppare, al primo posto troviamo: «Cambiamento e rinnovamento: una nuova direzione per il paese; principi tradizionali ma applicazione moderna; onorare il passato senza rimanere bloccati al suo interno; senza Smith dovremo promuovere il cambiamento con coraggio, senza cautela». Tra le «idee»: «Una nuova e ambiziosa agenda per la sinistra, che vada al di là della vecchia barriera tra destra e sinistra; dobbiamo essere radicali ma moderni, dobbiamo ridefinire cosa significa essere di centrosinistra». Sotto il titolo «Determinazione»: «Blair crede in ciò che dice e dice ciò in cui crede». E soprattutto, al paragrafo «Principio basilare», una rappresentazione sintetica del proprio credo socialista: «Il socialismo non è un pacchetto di rigide ricette economiche ma un insieme di valori incentrati sulla fiducia nella società e nella comunità; ovvero nell’idea che le persone possano vivere meglio all’interno di una società forte e coesiva, dove i doveri vadano di pari passo con le opportunità. Dobbiamo rifondare la Gran Bretagna come una società forte, questo è l’obiettivo del nostro socialismo per una nazione finalmente unita. Ma dobbiamo farlo avendo in mente il mondo contemporaneo. Questo significherà imprimere una nuova direzione al nostro paese. Inoltre, dobbiamo ridefinire i termini della coesione sociale e della comunità, attraverso un sistema di welfare il cui obiettivo non sia più la creazione di una classe di cittadini a carico dello Stato, bensì la possibilità di dare a tutti l’opportunità di migliorare la propria condizione».

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