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Chi era Enrico Mattei

Morì 50 anni fa in un misterioso incidente aereo: fu il fondatore dell'ENI e il simbolo di quella generazione di manager pubblici che negli anni '50 cambiò l'Italia

di Davide Maria De Luca

In un certo senso fu un caso, dovuto alla guerra, all’impulso morale della Resistenza e alla voglia di ricostruire, a far sì che i manager come Mattei non solo fecero il loro lavoro, ma lo fecero bene. Quando la generazione di Mattei scomparve, i partiti e la politica scelsero per sostituirli manager di calibro ben diverso, l’industria pubblica perse competitività ed efficienza, creando tutte quelle storture (le famose cattedrali nel deserto) di cui è piena la storia degli anni ’60 e ’70.

L’ENI
Mattei dimostrò quanto fosse facile per un manager di un’impresa pubblica liberarsi anche del tenue controllo a cui lo sottoponevano i politici. Come diceva lui stesso: «Uso i partiti politici come un taxi», nel senso che usava un partito per uno scopo, pagava la “corsa” e poi ne sceglieva un altro. Il denaro con cui poteva permettersi tutti questi passaggi derivava dalle rendite di cui l’ENI godeva grazie al monopolio sul metano e sul petrolio della pianura padana. Rendite con le quali aveva costruito enormi fondi neri.

Comprata l’acquiescenza dei politici, Mattei procedeva a modernizzare l’Italia rapidamente e con poca democrazia. Ci sono parecchi racconti di piccoli paesi che si svegliarono una mattina trovando i campi sventrati dagli operai ENI che avevano scavato i canali dove impiantare i metanodotti. All’epoca non c’era nemmeno il tempo di organizzare un comitato civico per fermare i lavori. Mattei collegò tutta l’Italia con i suoi gasdotti, distribuì quasi ovunque i benzinai AGIP e impiantò i primi grandi poli petrolchimici, come quello di Ravenna.

Sotto Mattei, l’ENI operò anche all’estero, dove entrò in competizione con le grandi multinazionali del petrolio anglo-americane che allora dominavano il mercato. Mattei strinse rapporti con il Marocco, la Libia, la Giordania e l’Algeria, che si stava rendendo indipendente dalla Francia. Oltre agli oleodotti e alle concessioni per l’esplorazione petrolifera, Mattei fece anche altro.

Si imbarcò in alcuni progetti che con l’attività dell’ENI non avevano niente a che fare. Come ad esempio un timido tentativo di organizzare un matrimonio tra lo Scià di Persia e Maria Gabriella di Savoia. Si inserì attivamente nella lotta d’indipendenza algerina, dichiarando che non avrebbe acquistato concessioni petrolifere nel paese se non avesse raggiunto l’indipendenza, ricevendo così una minaccia di morte da parte dell’OAS, un’organizzazione terroristica favorevole al dominio francese sull’Algeria. Sempre in quegli anni si fece convincere da alcuni politici, come il sindaco DC di Firenze Giorgio la Pira, ad operare alcuni salvataggi di imprese in difficoltà, entrando così nel settore chimico e in quello meccanico.

Uno di questi progetti fu anche la fondazione del quotidiano Il Giorno, creato con i soldi dell’ENI e per supportarne le battaglie politiche. Il Giorno era un’impresa che non c’entrava nulla con il core business dell’ENI, distolse energie e denaro dalla missione principale della società, ma fu anche uno dei giornali più moderni del paese e contribuì a cambiare il mondo della stampa italiana.

L’incidente

L'incidente di Bascapé, sulla Domenica del Corriere

Nei primi anni ’60 i conti dell’ENI peggiorarono a causa dei salvataggi che la società aveva compiuto e di alcuni investimenti sbagliati. Nel 1962, ad esempio, l’indebitamento della società aumentò e non vennero prodotti utili, cioè guadagni. Il 27 ottobre del 1962 alle 16,57, Mattei decollò da Catania per tornare a Milano su un bimotore Morane Saulnier, della flotta dell’ENI. A bordo, oltre al pilota, c’era anche un giornalista americano.

Alle 18,57, mentre si trovavano sopra Bascapé, in fase di discesa verso l’aeroporto di Linate, dall’aereo arrivò l’ultima comunicazione: «Raggiunto duemila piedi», poi più nulla. La prima inchiesta ordinata dal ministro della difesa Giulio Andreotti imputò l’incidente a un errore del pilota: con una virata avrebbe perso il controllo dell’aereo facendolo precipitare.

La spiegazione non soddisfece il fratello di Mattei, che fece denuncia contro ignoti. Anche un’inchiesta della magistratura stabilì che l’aereo si era schiantato a terra quando ancora era integro, quindi non poteva essere esploso in volo. Allo stesso risultato è arrivata un’altra inchiesta, conclusa nel 1997.

Le ipotesi che l’incidente sia stato causato da un sabotaggio o da un attentato sono diffuse ancora oggi. I motivi sono numerosi, anche se restano indizi più che prove. Ad esempio dall’aereo non partirono richieste d’aiuto: il pilota di un aereo che precipita dovrebbe avere tutto il tempo di chiamare aiuto. Mattei, inoltre, era un uomo che si era fatto molti nemici. L’OAS franco-algerino, prima di tutti, che lo aveva minacciato di morte nel 1961. Oppure le grandi aziende petrolifere, infastidite dalla sua concorrenza. Alcuni hanno ipotizzato addirittura la CIA e i servizi segreti israeliani dietro la morte di Mattei. Le prove raccolte in questi cinquant’anni, però, lasciano intendere che si sia trattato solo di uno sfortunato incidente.

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