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  • domenica 14 Ottobre 2012

La crisi dei missili a Cuba

La storia dello scontro diplomatico iniziato il 14 ottobre 1962, quando Kennedy, Castro e Khrushchev andarono vicini a usare la bomba atomica

di Davide Maria De Luca

La quarantena
L’opzione scelta fu il blocco navale, iniziato da navi americane e di altri paesi sudamericani alleati il 22 ottobre. Quel giorno Kennedy annunciò pubblicamente per la prima volta che erano stati scoperti missili nucleari a Cuba. Per effettuare il blocco si era dovuto aggirare un ostacolo legale: un blocco, infatti, per il diritto internazionale viene considerato un atto di guerra. Venne così scelto il nome di “quarantena”, che aveva lo scopo di impedire soltanto il transito di carichi di armi e altro materiale bellico. Per essere sicuri di agire secondo le regole internazionali, gli Stati Uniti ottennero anche l’assenso dell’Organizzazione degli Stati Americani e fecero partecipare alla quarantena anche alcune navi da guerra argentine.

Il momento più rischioso della crisi arrivò il 26 ottobre. Il giorno precedente 14 navi sovietiche che contenevano, presumibilmente, materiale militare, avevano ricevuto da Mosca l’ordine di invertire la rotta e di allontanarsi da Cuba. La mattina del 26 una nave da guerra americana rilevò un sottomarino sovietico in rotta per Cuba e sganciò alcune bombe di avvertimento. Gli americani non lo sapevano, ma il sottomarino era armato con 15 testate nucleari. Si trovava a corto di aria ed era circondato da navi da guerra americane. Il comandante ordinò che venissero armate le testate nucleari, ma il suo secondo, Vasili Arkhipov, lo convinse all’ultimo momento ad emergere, ma senza sparare. Il direttore dell’archivio di stato americano scrisse nel 2002, quando l’episodio fu rivelato al pubblico: «Un tizio di nome Vasili Arkhipov ha salvato il mondo».

Le trattative
Con l’istituzione della quarantena e il ritiro delle navi sovietiche, la crisi era giunta a uno stallo. Gli aerei spia riferivano che i lavori intorno alle basi missilistiche non si erano fermati e i sovietici non sembravano intenzionati a smantellare quanto avevano già costruito. Nel frattempo però tra Stati Uniti e Unione Sovietica si erano aperti canali di trattativa “informale”. Personaggi di basso rango diplomatico, giornalisti e spie suggerivano che da parte dell’Unione Sovietica ci fossero aperture a soluzioni per risolvere la crisi.

Una prima offerta di Khrushchev sembrava chiedere, in cambio del ritiro dei missili, una semplice dichiarazione da parte degli Stati Uniti che non avrebbero invaso Cuba. Prima che Kennedy potesse rispondere, arrivò una seconda offerta, in cui si chiedeva lo smantellamento dei missili americani in Italia e in Turchia. La stessa offerta era stata suggerita pubblicamente dal giornalista Walter Lipamann. Trattare in quelle condizioni era reso particolarmente difficile dalla mancanza di chiari canali di comunicazione ufficiali tra Stati Uniti e Unione Sovietica, quindi bisognava basare le trattative sul lavoro di spie e diplomatici.

La fine della crisi
Il 27 ottobre la crisi era giunta al suo punto di massima tensione. Le trattattive procedevano lentamente, mentre Cuba restava sotto quarantena e l’esercito americano si mobilitava. Nelle varie basi sparse per il mondo, gli aerei da guerra americani erano stati caricati con testate nucleari e compivano voli di pattuglia sempre più vicini ai cieli dell’Unione Sovietica. Il 27 ottobre Khrushchev ricevette quella che venne chiamata “la lettera dell’Armageddon”, un messaggio in cui Castro gli chiedeva di lanciare un attacco nucleare se l’isola fosse stata invasa, come era ormai sicuro che avvenisse.

Quella sera si giunse a un accordo. Gli Stati Uniti si impegnavano a rimuovere segretamente i loro missili nucleari da Turchia e Italia, mentre l’URSS avrebbe pubblicamente rimosso i suoi missili da Cuba e avrebbe accettato delle ispezioni ONU sull’isola. La mattina del 28 ottobre, Khrushchev lesse un messaggio a Radio Mosca in cui annunciava lo smantellamento dei missili da Cuba. Nelle settimane seguenti, 42 missili nucleari a medio raggio furono imbarcati su otto cargo e rimandati in Unione Sovietica. Undici mesi dopo anche i missili americani in Italia e Turchia furono disattivati.

Che cosa successe dopo
La creazione del “Telefono rosso” fu una delle principali conseguenze della crisi di Cuba. Le trattative tra le due potenze erano state complicate anche a causa della difficoltà di comunicare tra Kennedy e Khrushchev, visto che di ogni messaggio bisognava valutare l’affidabilità e decidere se era un’offerta vera e se proveniva da una controparte autorizzata a trattare.

Contrariamente a quanto si pensa, la crisi dei missili cubani non spostò le lancette del cosidetto “Orologio dell’apocalisse”, un orologio simbolico creato nel 1947 dall’Università di Chicago, in cui la mezzanotte rappresenta l’apocalisse causata da una guerra nucleare. Il bollettino che riporta i movimenti delle lancette esce con cadenza bimestrale, quindi non fu influenzato dalla crisi di Cuba, che durò soltanto 13 giorni. Per tutto il periodo della crisi l’orologio rimase fermo alle 11,48, sette minuti più lontano dalla mezzanotte di quanto non sia oggi.

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