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  • venerdì 21 Settembre 2012

Che cosa non ha funzionato a Bengasi

Gli errori e le mancanze che secondo un'inchiesta del Wall Street Journal contribuirono al disastro al consolato statunitense sotto attacco in Libia

L’attacco
Ma gli analisti e l’antiterrorismo, a Washington, non avevano probabilmente il polso della situazione, se è vero, come dice il personale dell’ambasciata del Cairo, che furono loro ad accorgersi autonomamente dell’inizio delle proteste per il film su Maometto, perché tenevano d’occhio i social media egiziani. L’avvertimento dei servizi segreti che le proteste sarebbero potute diventare violente arrivò all’ambasciata del Cairo il 10 settembre, ma era un avviso limitato a quel paese.

Il consolato di Bengasi fu attaccato intorno alle nove e trenta di sera dell’11 settembre. Tutto il personale di difesa dotato di armi era costituito dai quattro uomini delle forze di sicurezza libiche, all’esterno, e da cinque uomini armati del servizio di sicurezza del Dipartimento di Stato – responsabile della difesa del corpo diplomatico – all’interno. Circa 15 minuti dopo l’inizio degli spari fuori dal consolato, venne dato fuoco all’edificio principale.

Stevens, Smith e un agente di sicurezza si rifugiarono prima in una stanza, ma questa venne presto invasa dal fumo – un’altra critica che muove il WSJ sulla base delle sue ricerche è che mancasse l’equipaggiamento antincendio – e i tre decisero di uscire rompendo una finestra. Più o meno in questo stesso momento, a Washington, fu informato anche il presidente Obama, che stava per incontrarsi con il ministro della Difesa Leon Panetta e capo dell’esercito americano, il generale Martin Dempsey. L’ipotesi di intervenire militarmente venne scartata perché avrebbe costituito una violazione della sovranità libica e dunque avrebbe complicato la situazione.

La Libia mandò una ventina di uomini sul posto, che arrivarono circa 30 minuti dopo l’inizio dei combattimenti. A questo punto, manca una ricostruzione precisa di che cosa sia avvenuto all’ambasciatore, che ricomparve, ormai gravemente ferito, quando fu accompagnato da militari libici al Centro Medico di Bengasi. Nel frattempo, il personale del consolato senza l’ambasciatore era stato evacuato nella safe house, che venne attaccata a sua volta intorno all’una e trenta di notte, quando sulla scena arrivarono i rinforzi di personale di sicurezza americano proveniente da Tripoli.

Questo secondo assalto, con lanciarazzi e mortai, fu portato avanti con più organizzazione e armi rispetto al primo, ed è soprattutto per questo che si sospetta un coinvolgimento di militanti con legami con al-Qaida.

Secondo alcuni pareri raccolti dal WSJ all’interno dell’amministrazione statunitense, si sarebbero potuti mandare rapidamente a Bengasi alcuni dei militari americani presenti nella base di Sigonella, in Sicilia, o un gruppo di marines tra quelli di stanza a Rota, in Spagna. A queste ipotesi ha risposto con una certa insofferenza un funzionario del Dipartimento di Stato, scartandole come irrealistiche: «Non sarebbero arrivati in due ore, né in quattro, né in sei. Non ci sono soldati che stanno seduti in una stanza vicino a un aeroplano, con un pilota nella stanza accanto che beve caffè».

Foto: STR/AFP/GettyImages

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