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  • sabato 15 Settembre 2012

Vita da presidente

Il bell'articolo su Vanity Fair di Michael Lewis, che è stato sei mesi vicino a Barack Obama e ha imparato a che ora va a dormire e come decide di bombardare la Libia

Il 19 marzo, dopo la risoluzione ONU, cominciarono i bombardamenti. Obama ebbe immediatamente addosso mezza America e forse più di mezza, dai suoi avversari a molti suoi alleati a molti suoi elettori. Persino chi aveva criticato l’inettitudine dell’amministrazione rispetto a quello che accadeva in Libia e aveva chiesto di intervenire, ora protestava. «La macchina polemica è molto più forte della macchina della realtà», dice un uomo della Casa Bianca. E tutta quella macchina aspettava solo che succedesse il disastro: il 21 marzo Obama si trovava in Cile assieme ai leader politici locali ad ascoltare un concerto, quando fu informato da un collaboratore che un F-15 americano si era schiantato nel deserto libico: il pilota era stato recuperato, ma il navigatore no.

«Il mio primo pensiero fu come trovarlo. Il secondo fu che questo era un promemoria che qualcosa può sempre andar storto. E che se va storto, ci sono conseguenze.»

Il navigatore si chiamava Tyler Stark, 27 anni, un destino straordinario che lo aveva reso uno dei feriti nella caffetteria del liceo di Columbine del 1999, di cui era matricola, e ora abbattuto nella seconda notte di bombardamenti in Libia, in una missione di cui non sapeva niente – meno che mai le origini politiche ed esecutive – se non gli ordini ricevuti.

Stark, mentre Obama sentiva per la prima volta nella vita parlare di lui, era precipitato col paracadute danneggiato e si era ferito, con lesioni ai tendini della gamba sinistra. Non sapeva dove si trovava esattamente, era buio, e si era nascosto tra dei cespugli, ma poco dopo era stato trovato da alcuni uomini che non parlavano inglese e lui non capiva la loro lingua: era spaventato, non sapeva esattamente chi fosse il nemico ma sapeva di trovarsi nel territorio che il suo aereo stava bombardando. Quegli uomini, intanto, non sapevano esattamente chi stesse bombardando l’esercito libico e chi fosse questo soldato: pensarono allora di chiamare un conoscente che insegnava inglese a Bengasi, convinti che il soldato fosse francese. Al telefono, quello disse di essere stato a Parigi molti anni prima, e che sarebbe arrivato a breve. Ma quando fu lì capì che Stark – teso, ferito, si teneva un ginocchio – era americano, e gli disse allora in inglese che aveva un amico all’ambasciata degli Stati Uniti e lo avrebbe chiamato. Stark non ci poteva credere.

I due salirono in macchina: Stark aveva ordini di non dare nessuna informazione, quindi l’altro gli parlò del più e del meno e mise un nastro di musica anni Ottanta. La prima canzone fu “Endless love” di Diana Ross e Lionel Richie, che gli ricordava il suo matrimonio, raccontò a Stark. Lo portò in un hotel di Bengasi, poco lontano, dove vennero raggiunti da un medico e dagli uomini dell’ambasciata. La voce del soldato che era venuto con gli americani a salvare Bengasi da Gheddafi intanto era girata, e a un certo punto Stark si trovò in una stanza affollata di gente che lo applaudiva. “E non sapeva il perché della sua missione”, ha raccontato il libico che lo aveva soccorso a Lewis.

«Quel pilota», è la risposta di Obama alla domanda su cosa poteva andare storto in Libia. Bastava che finisse nelle mani sbagliate, o anche solo che morisse precipitando, e sarebbe stata tutta un’altra storia, dice Obama, grande narratore di storie. “La storia di come un presidente eletto per tirarci fuori da una guerra in un paese arabo, fece ammazzare degli americani in un altro”, avrebbero detto i suoi nemici. Per questo «fu una di quelle decisioni 51-49», dice oggi Obama.
Ma è anche vero che Obama si costruì la propria fortuna, aggiunge Lewis: se Stark fu aiutato e protetto e salvato è proprio per via di quella decisione, per le ragioni per cui era stato mandato là.

Il racconto di Lewis si conclude con una visita nelle stanze private dell’abitazione degli Obama, alla Casa Bianca, quelle in cui di solito stanno solo loro. Il presidente lo porta a vedere il suo posto preferito, un balcone seminascosto in cui lui e sua moglie si siedono a volte la sera, «la cosa più vicina a uscire, a sentirsi fuori dalla bolla». È un bel posto, il Truman Balcony, le piante intorno, il panorama dei monumenti di Washington, si vede la gente in lontananza su Constitution Avenue, “se Obama salutasse qualcuno da là potrebbe persino vederlo e salutarlo”. Accanto a Lewis, Obama glielo mostra, c’è il punto sul muro in cui un proiettile si è conficcato quando un uomo sparò contro la Casa Bianca da laggiù, lo scorso novembre.

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