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  • sabato 15 Settembre 2012

Vita da presidente

Il bell'articolo su Vanity Fair di Michael Lewis, che è stato sei mesi vicino a Barack Obama e ha imparato a che ora va a dormire e come decide di bombardare la Libia

Alla riunione del 15 marzo parteciparono i “pezzi grossi”: il ministro della Difesa Gates, quello degli Esteri Clinton, il vicepresidente Biden, il capo della Sicurezza nazionale, i vertici militari, l’ambasciatrice all’ONU Rice. In questo genere di riunioni, spiega Michael Lewis, non si discute: Obama vuole che ognuno dica la sua opinione, a turno, e poi dice la sua raccogliendo quello che ha ascoltato. Le opzioni in ballo, quel giorno, si rivelarono essere solo due: aderire alla richiesta della no-fly zone, o non fare niente. Insoddisfatto, Obama coinvolse gli altri presenti, quelli nelle seconde file: assistenti più giovani, responsabili stampa e comunicazioni, collaboratori: «Cercavo una tesi che nessuno di quelli al tavolo aveva espresso. E se l’avessi espressa io – è il “principio Heisenberg” – questo avrebbe di per sé cambiato il parere dei presenti». In più, aggiunge Lewis con molti esempi, Obama ha una tendenza a sovvertire le gerarchie e ascoltare quelli che altri non ascoltano: “non a caso, è stato eletto presidente”, dice Lewis.

Obama racconta che in queste situazioni è consueto che gli vengano proposte scelte “bianco o nero”, per non complicare le cose: in più, le implicazioni politiche di un intervento diverso in Libia erano tutte negative, a ogni evidenza. Con due guerre nei paesi arabi da chiudere, se ne apriva un’altra? In un posto che la maggior parte degli ameriani neanche sapeva dove fosse? Senza interessi per la sicurezza nazionale? Nessuno al tavolo diede il minimo spazio all’idea di una terza scelta. Quelli delle “seconde file”, invece, la pensavano diversamente: molti ricordarono il Ruanda e il senso di colpa per non avere ostacolato quei massacri, quasi tutti dissero che era difficile pensare di giustificare un’indifferenza degli Stati Uniti al destino degli abitanti di Bengasi.

Era quanto bastava a Obama: che disse ai generali che le due alternative erano entrambe insoddisfacenti e riconvocò la riunione in due ore, chiedendone una terza.

Per capire questo Barack Obama, Michael Lewis apre una parentesi sui giorni in cui gli fu assegnato il premio Nobel per la Pace (quella volta lo svegliarono, nel cuore della notte, «E capii immediatamente che ne sarebbero venuti problemi»).

Il comitato del Premio Nobel gli aveva reso un po’ più difficile fare il lavoro per cui era stato eletto, il Comandante in Capo, rendendolo simultaneamente l’uomo più potente della terra e il volto del pacifismo.

Obama affrontò la contraddizione chiedendo ai suoi speechwriters di scrivere un discorso di accettazione del Nobel per la Pace che spiegasse le ragioni della guerra. Fu un lavoro molto difficile, risolto alla fine con una riscrittura totale da parte dello stesso Obama la notte prima di volare a Oslo, “nel tentativo di riconciliare le dottrine nonviolente di due dei suoi eroi, Gandhi e Martin Luther King, con il suo nuovo ruolo in un mondo violento”.

«Quello che dovevo fare era descrivere il concetto di guerra giusta. Ma anche ammettere che il concetto stesso di guerra giusta può portare in luoghi oscuri. E quindi non puoi essere indulgente nel definire qualcosa “giusto”. Devi farti domande, continuamente»

Il risultato, quel discorso, ritoccato «ancora mentre stavo salendo sul palco», adesso gli si presentava concretamente, dopo due ore di altri impegni i più diversi, nella riunione riconvocata nella Situation Room alle 19,30 del 15 marzo. Dove il Pentagono presentò la terza scelta: ottenere dalle Nazioni Unite una risoluzione per usare “tutte le misure necessarie” a proteggere i civili libici. Obama ha già deciso di scartare le altre due, e su questa ha una condizione irrinunciabile: intervenire multilateralmente, come aveva sostenuto nel discorso di Oslo.

«Perché il processo stesso di costruire una coalizione ti impone domande più difficili a cui dare risposta. Tu puoi essere convinto di essere moralmente nel giusto, ma forse ti stai ingannando.»

Nessuno dei “pezzi grossi” appoggiò la terza scelta. Hillary Clinton fu più disponibile, ma sostenne quella della no-fly zone. «A chi frega un cazzo della Libia?», disse il capo di gabinetto William Daley. Obama riconobbe che era vero, ma pensò che proprio questo poteva dargli un breve spazio per fare quello che voleva, fino a che il caso era così estraneo ai pensieri degli americani. E decise da solo. Poi lasciò la riunione, chiamò Cameron e Sarkozy per “andare a vedere il loro bluff” e dir loro che, una volta usata la necessaria forza militare americana, alla fase successiva avrebbero dovuto pensare loro. Il mattino dopo chiamò Medvedev, e grazie a una ricostruzione recente di buoni rapporti (“i russi sono sul piano internazionale quello che i repubblicani sono su quello interno: quelli che si mettono di traverso”, dice Lewis) ottenne il suo consenso, “forse perché sperava che per gli Stati Uniti finisse in un disastro”.

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