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  • sabato 15 Settembre 2012

Vita da presidente

Il bell'articolo su Vanity Fair di Michael Lewis, che è stato sei mesi vicino a Barack Obama e ha imparato a che ora va a dormire e come decide di bombardare la Libia

Molte se non quasi tutte le decisioni da prendere gli arrivano addosso, all’improvviso, da eventi fuori dal suo controllo: perdite petrolifere, panico finanziario, epidemie, terremoti, incendi, colpi di stato, invasioni, attentatori suicidi, sparatorie nei cinema, e via così. Non si mettono disciplinatamente in ordine, ma arrivano a ondate, una sopra l’altra. «Niente che arrivi sulla mia scrivania ha una soluzione certa. Altrimenti qualcuno l’avrebbe già trovata. Quindi finisci a fare i conti con le probabilità. Ogni decisione che tu possa prendere ti troverai con un 30 o 40 per cento di probabilità che non funzioni. Devi adattartici e sentirti a tuo agio nelle scelte che fai. Non puoi farti paralizzare dall’idea che possa non funzionare. E soprattutto, dopo che hai preso una decisione, devi trasmettere una totale certezza. La gente che guidi non vuole pensare in termini di probabilità.»

Michelle Obama va a letto alle dieci di sera. Per le tre ore successive, suo marito “vive la cosa più simile alla riservatezza”. Dopo una giornata calendarizzata esattamente in ogni quarto d’ora, nessuno adesso sa esattamente cosa stia facendo, e anche se non può uscire di casa, può guardare lo sport in tv, leggere, stare sull’iPad, chiamare dei leader mondiali su altri fusi orari, e altre cose “quasi normali”. Ma spesso organizza i pensieri sul giorno dopo, e quando si sveglia alle sette sa già cosa lo aspetta. La notte dorme, ma può capitare che venga svegliato: i suoi assistenti devono decidere se le crisi o eventi di cui arriva notizia la notte impongano di avvisarlo subito o no. Per Fukushima lo svegliarono, per esempio. Alle sette e mezza è in palestra per un’ora (un giorno fa ginnastica e uno pesi) – «se non ti tieni in forma ogni giorno, prima o poi crolli» – poi fa una doccia e si mette un vestito, sempre blu o grigio. A Lewis ha spiegato che lui non sarebbe di carattere così ordinato e pianificatore, «ma a un certo punto nella vita ho overcompensato». Proprio per la quantità di decisioni che dovrà prendere per forza e che può prendere solo lui, la sua giornata e la sua squadra è organizzata per sottrargli ogni scelta non indispensabile.

Ha bisogno di eliminare dalla sua vita quotidiana ognuno dei problemi che assorbe la maggior parte delle persone per un’inutile parte della giornata. «Come vedi ho sembre un vestito blu o grigio. Cerco di ridurre le scelte da fare. Non voglio decidere cosa mangiare o cosa mettermi. Ho già troppe altre decisioni da prendere». E cita delle ricerche che dicono che il solo atto di prendere una decisione diminuisce la capacità di prenderne ulteriori.

Barack Obama guarda i giornali la mattina, ma in televisione non guarda mai le reti via cavo con le news politiche più aggressive e quasi solo ESPN, il canale di sport: «Una delle cose che capisci piuttosto rapidamente in questo lavoro è che c’è un personaggio là fuori che la gente chiama Barack Obama. E non sei tu. Può essere buono o cattivo, ma non sei tu». Finisci per vivere molto in una specie di “fantasilandia”, dice Obama. La violenza pretestuosa e faziosa della battaglia è diventata un elemento centrale della politica americana.

«È stato creato un contesto in cui gli incentivi a collaborare per i politici non funzionano più come un tempo. Lyndon Johnson lavorava in un sistema in cui, se otteneva il consenso di un paio di presidenti di commissione, sapeva di avere un accordo. Quei presidenti non temevano gli attacchi dei Tea Party. Né delle news via cavo. Quel modello è progressivamente slittato a ogni amministrazione. La scelta non è paura-contro-buone-maniere. La domanda è: come guidi l’opinione pubblica e presenti una questione, in modo che sia difficile per i tuoi avversari dire di no? E oggi non ti basta più dire “va bene, cambio un emendamento” o “allora non nomino tuo cognato alla corte federale”»

Tutto è eccezionale, nella vita del Presidente, racconta Lewis. Ma alcune cose sono più eccezionali di altre: il 15 marzo fu convocata una riunione alla Casa Bianca per decidere come affrontare l’annuncio congiunto della Francia e del Regno Unito di voler chiedere alle Nazioni Unite che fosse imposta una no-fly zone sulla Libia per proteggere gli abitanti di Bengasi dall’intervento dei soldati di Gheddafi, che stavano muovendo verso la città per reprimere la rivolta contro il regime. Ricorda Obama:

«Ecco cosa sapevamo. Sapevamo che Gheddafi stava muovendo verso Bengasi, e che la sua storia diceva che avrebbe potuto uccidere decine di migliaia di persone. Sapevamo che non c’era molto tempo: tra un paio di giorni e due settimane. Sapevamo che stava accadendo più rapidamente di quanto avessimo previsto. Sapevamo che l’Europa stava proponendo una no-fly zone». E un’altra cosa, che a differenza di queste non era sui giornali: «Sapevamo che una no-fly zone non avrebbe salvato la gente di Bengasi. Era un’espressione di allarme che di fatto non serviva a nulla, perché l’esercito libico stava muovendo verso Bengasi da terra, con mezzi e carri armati.»

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