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  • giovedì 19 Luglio 2012

Avere tutto?

Nella settimana in cui una donna incinta veniva messa a capo di Yahoo, Internazionale ha tradotto un articolo su maternità e carriera professionale molto discusso negli Stati Uniti

di Giulia Siviero - @glsiviero

Slaughter dice quindi di aver capito come lei stessa ha per molto tempo contribuito a rafforzare una falsità: quella che “avere tutto”, per una donna, è questione di volontà e impegno personali. Un “impegno inadeguato” non può insomma essere una spiegazione sufficiente per giustificare i numeri delle donne che hanno raggiunto posizioni di potere. E coloro che ce l’hanno fatta o sono delle super-donne o sono donne che hanno accettato un modello maschile di lavoro: che prevede la disponibilità totale del tempo ed esclude la cura dei figli («Tutti i giudici maschi della corte suprema hanno una famiglia. Due delle tre giudici donne sono single e senza figli», spiega).

Vi è un secondo passaggio importante nell’analisi di Slaughter che, come lei stessa spiega, ha a che fare con un «terreno insidioso e minato di stereotipi». Dice infatti:

Dopo anni di discussioni e osservazioni mi sono convinta che gli uomini e la donne reagiscono in modo molto diverso quando i problemi familiari li costringono ad ammettere che la loro assenza nuoce a un figlio, o almeno che la loro presenza potrebbe essere d’aiuto. Non credo che i padri amino i figli meno delle madri, ma gli uomini tendono a scegliere il lavoro a scapito della famiglia, mentre le donne tendono a scegliere la famiglia a scapito del lavoro.

Naturalmente questa scelta è condizionata da molti fattori. Gli uomini sono ancora educati a credere che il loro dovere principale nei confronti della famiglia sia di provvedere ai bisogni materiali, le donne sono educate a credere che il loro primo dovere sia la cura. Ma potrebbe esserci dell’altro.

Slaughter fa riferimento a una sorta di “imperativo materno” per cui, in realtà, le donne non avrebbero scelta, ma questa sarebbe per loro (e proprio in quanto donne) “obbligata”. Scelta che potrebbe semplicemente essere resa meno traumatica attraverso un ripensamento dei tempi da parte delle donne stesse (trovare il “momento giusto” per fare dei figli, costruire una carriera non lineare fatta di “gradini irregolari” con soste e “lievi cadute”) e attraverso il superamento della cultura del “tempo macho”, una competizione spietata per uscire dall’ufficio il più tardi possibile. Vanno insomma modificate le regole di base del mondo del lavoro «cioè le aspettative fondamentali su dove, come e quando viene svolta l’attività lavorativa». Qualche esempio:

Poter lavorare a casa – la sera quando i bambini sono andati a letto, quando sono malati o quando nevica, e almeno una parte del tempo durante il fine settimana – può essere la soluzione per fare ugualmente appieno la propria parte senza rinunciare a occuparsi dei figli. Le videoconferenze possono ridurre drasticamente la necessità di lunghi viaggi di lavoro e facilitano l’integrazione tra lavoro e vita familiare.

Nell’analisi si trova infine una terza e fondamentale proposta d’intervento, forse il più radicale e anche il più difficile da compiere: quello di cambiare la percezione che ha il mondo del lavoro nei confronti delle donne che hanno dei figli proprio per riuscire a riportare al centro dell’attività lavorativa di tutti, e non solo delle donne, la vita familiare.

Esaminiamo questa ipotesi: un datore di lavoro ha due dipendenti ugualmente capaci e produttivi. Nel tempo libero, uno si allena e partecipa alle maratone, l’altra si prende cura di due bambini. Che idea si farà del maratoneta il datore di lavoro? Penserà che si alza ogni mattina quando è ancora buio e passa un’ora o due a correre prima di andare in ufficio, e che è pronto ad allenarsi anche dopo una giornata particolarmente lunga. Penserà che si sottopone a una disciplina feroce e che sa combattere le distrazioni, la stanchezza e i giorni in cui tutto sembra andare storto pur di raggiungere un obiettivo lontano. E concluderà che sa gestire alla perfezione il suo tempo.

Siate onesti: credete davvero che il datore di lavoro pensi le stesse cose di una madre? Eppure probabilmente la madre si alza ore prima di andare al lavoro, organizza la giornata dei figli, gli prepara la colazione, i panini per il pranzo, li accompagna a scuola, pianifica la spesa e altre commissioni anche se è tanto fortunata da avere una domestica. (…) La disciplina, la capacità organizzativa e la resistenza fisica necessarie per arrivare ai massimi livelli nel lavoro avendo dei bambini in casa non sono diverse da quelle che servono per correre dai 30 ai 60 chilometri alla settimana. Ma i datori di lavoro non la vedono quasi mai così, non solo quando fanno concessioni, ma anche quando decidono una promozione.

(nella foto Marissa Mayer, CEO di Yahoo; Justin Sullivan/Getty Images)

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