Perché l’Italia non cresce?

Lo spiegano Roger Abravanel e Luca D'Agnese nel loro saggio che esce oggi: a nessuno importa che una cosa sia "made in Italy", per cominciare

di Roger Abravanel e Luca D'Agnese

Regole e competenze per il lavoro vecchie di cinquant’anni
Nelle economie postindustriali le competenze richieste ai lavoratori sono molto diverse rispetto a quelle necessarie nelle aziende manifatturiere. Un tempo si distingueva tra «chi pensa» e «chi fa», tra lavoro intellettuale e manuale: da una parte il progettista laureato, dall’altro l’operaio alla linea di montaggio. Le nuove competenze richieste rientrano nell’ambito generale dell’«organizzazione»: chi lavora in un aeroporto, in un supermercato, in un ospedale, in uno studio professionale deve sapere risolvere problemi, lavorare in team organizzando il proprio lavoro e quello dei collaboratori; deve sapere ascoltare gli altri e ragionare con la propria testa. Sono quelle che gli esperti definiscono «competenze della vita».

Economie come Singapore, Corea, Hong Kong non prosperano grazie ai Premi Nobel, ma grazie a queste competenze che da noi mancano perché la scuola non le insegna.

Ma il passaggio a una società postindustriale non ha cambiato solo le competenze necessarie: ha anche causato una vera e propria rivoluzione delle regole del lavoro, diventato più flessibile e più mobile: è cresciuta infatti la mobilità all’interno di una stessa azienda, oltre che da azienda ad azienda, per far fronte alle necessarie riconversioni. E molte imprese investono in maniera massiccia proprio per formare i propri lavoratori, riqualificarli e accrescerne le competenze della vita.
L’Italia è spaventosamente indietro, a causa di un mercato e regole del lavoro che scoraggiano l’ingresso dei giovani, creando un esercito di precari che vivono in un regime di vera e propria apartheid rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato. Da un lato i giovani precari hanno meno diritti e tutele, e soprattutto minori opportunità di crescita professionale. Queste regole abbassano la produttività, incoraggiano le imprese a restare piccole per non incorrere in vincoli e oneri (l’articolo 18, che non si applica per aziende sotto i 15 dipendenti) e impediscono una vera meritocrazia.

Un altro difetto è che queste regole mantengono un esercito di pensionati, in media molto più giovani di quelli degli altri paesi industrializzati.
Insomma, se la nostra economia non cresce da anni non è colpa della crisi, dei cinesi che vendono sotto costo, degli alti bonus per i manager. Il problema è la struttura di un tessuto di imprese vecchio di cinquant’anni, incapace di cogliere le opportunità di crescita dell’economia del XXI secolo; scuole che non formano le «competenze della vita»; regole del lavoro che deprimono la produttività; gli italiani che vanno in pensione troppo presto; la scarsa meritocrazia.
Ma perché ci siamo ridotti così? Perché in Italia manca una vera cultura della crescita.

Nella foto: uno stabilimento di produzione della Vespa a Baramati, in India/AP photo/Rafiq Maqbool

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