Perché l’Italia non cresce?

Lo spiegano Roger Abravanel e Luca D'Agnese nel loro saggio che esce oggi: a nessuno importa che una cosa sia "made in Italy", per cominciare

di Roger Abravanel e Luca D'Agnese

L’economia italiana non cresce perché le sue imprese non crescono

Imprese industriali che non si sono trasformate in postindustriali, imprese che non hanno saputo sfruttare la rivoluzione digitale e soprattutto quella dei servizi. È al livello delle singole imprese che si spiega la stasi della nostra economia. Anche se qualcuno continua consolarsi con antichi miti, come i «distretti industriali» e soprattutto con l’adagio «il piccolo è bello».
Il mito più fuorviante è proprio quello che paragona l’economia delle nostre imprese a quella delle Mittelstand della Germania, considerata, come l’Italia, un paese «industriale».
Da noi sono attive circa 1.200.000 «piccole imprese», che hanno cioè meno di 50 milioni di fatturato. In Germania ce ne sono 2 milioni, un dato in linea con le dimensioni delle due economie.
Ma attenzione: quasi un terzo delle nostre (400 mila) sono «micro-aziende» che contano meno di nove dipendenti e due milioni di fatturato, mentre quelle tedesche sono mediamente molto più grandi: in Germania le «micro-imprese» sono solo ventimila. Insomma, in l’Italia PMI non sta per «piccole e medie imprese», ma «piccole e micro imprese», mentre le aziende «Mittelstand» tedesche in Italia sarebbero considerate grandi.

E soprattutto, per fatturati più alti, il rapporto tra le aziende tedesche e quelle italiane è molto peggiore di quello tra i relativi PIL: 5000 aziende tedesche con un fatturato tra i 50 milioni e i 3 miliardi di euro contro 1350 in Italia, e 150 aziende tedesche con un fatturato superiore ai 3 miliardi contro 22 italiane.
La mancata crescita dell’economia italiana, che non crea posti di lavoro per i giovani e per i meno giovani che vogliono lavorare almeno sino a sessantacinque anni, si può riassumere così: la nostra economia non cresce perché le imprese non crescono. È vero che «l’Italia è un paese di piccole imprese»: non perché ne abbiamo di più (quelle che in tutto il mondo creano la maggioranza dei posti di lavoro, quando sono giovani, crescendo nei primi cinque anni), ma perché le nostre imprese restano piccole. O peggio, restano «micro», sotto i 15 dipendenti (anche perché così non si applica il famoso articolo 18) e non creano nuovi posti di lavoro. Poiché sono piccole, la loro produttività è bassa (la metà delle medie e grandi imprese) e non riescono a innovare, a offrire qualità e nuovi prodotti, a creare quel valore aggiunto che si traduce in maggiori salari per i propri dipendenti. Rimangono competitive solo pagando poco chi lavora per loro e spesso facendo il «nero».

Infine, fanno una concorrenza sleale alle piccole, medie e grandi aziende che vogliono competere rispettando le regole.
Anche il «made in Italy» non basta più. A nessuno interessa dove Ikea compri i propri prodotti (li acquista in tutto il mondo): i suoi clienti apprezzano che il design semplice e a basso costo svedese si combini con un modello di supermercato «fai da te» uguale ovunque. A nessuno interessa dove vengano fabbricati iPad e iPhone, tutti guardano al genio di Steve Jobs che li ha concepiti.
Zara è diventato un colosso mondiale non certo per merito del «made in Spain» (produce in tutto il mondo) ma per la sua capacità di fare un prodotto «pronto moda» con numerosissime collezioni riassortite grazie a capacità di programmazione e logistica innovative. Molti prodotti dell’abbigliamento di lusso richiedono ancora l’artigianato italiano, ma non bastano più a creare occupazione: molti grandi brand del lusso italiano stanno orientando la propria produzione per esempio in Cina, per soddisfare i clienti meno abbienti ma sensibili alla moda. Purtroppo le nostre aziende sono troppo piccole per delocalizzarsi con successo in quel difficile mercato.
Un complice di questo disastro di produttività delle imprese italiane degli ultimi anni è oggi chiaramente identificato: una struttura del lavoro in Italia vecchia di cinquant’anni, in termine delle competenze dei lavoratori e delle regole che lo governano.

Nella prossima pagina: Regole e competenze per il lavoro vecchie di cinquant’anni

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