Perché l’Italia non cresce?

Lo spiegano Roger Abravanel e Luca D'Agnese nel loro saggio che esce oggi: a nessuno importa che una cosa sia "made in Italy", per cominciare

di Roger Abravanel e Luca D'Agnese

L’opportunità perduta nel settore dei servizi

L’incapacità di sfruttare l’opportunità del digitale in Italia è sintomo di un problema ancora più grave, ovvero l’inadeguatezza delle imprese italiane nello sfruttare un altro megatrend degli ultimi cinquant’anni: la grande crescita del settore dei servizi, quello che gli economisti chiamano anche terziario. Si tratta di un settore enorme, che comprende il commercio, il turismo, le costruzioni, i trasporti, le professioni, le telecomunicazioni, l’energia, l’ambiente, le assicurazioni, le banche, la sanità, l’informazione eccetera. Oggi rappresenta più di due terzi dell’economia mondiale, mentre l’industria vale meno di un terzo e l’agricoltura il 4 per cento.

È stata la crescita dei servizi a trascinare l’economia mondiale degli ultimi venticinque anni e a creare la maggioranza dei posti di lavoro nelle società più avanzate: i servizi sono in gran parte locali, mentre le imprese postindustriali devono spesso delocalizzarsi per crescere e quindi fanno crescere PIL e lavoro dei paesi dove delocalizzano.
Si stima che l’incapacità di dotarsi di una moderna economia di servizi costi all’Italia da 4 a 5 milioni di posti di lavoro.

Il caso del turismo è emblematico. Il rapporto del World Economic Forum ci relega al ventottesimo posto come competitività, mentre la Francia è al quarto e la Spagna al sesto. Siamo così indietro perché siamo considerati i più cari al mondo in relazione alla qualità del servizio che offriamo. Il turismo da «secchiello e paletta» che ha riempito a lungo la riviera romagnola di villeggianti tedeschi in luglio e agosto è ormai in calo da anni: oggi Ryanair ed EasyJet portano i turisti tedeschi in località lontane, dove vengono accolti da grandi catene alberghiere, con una qualità di servizio molto superiore alla piccola pensione familiare italiana, e a costi inferiori. Ma non si tratta solo della crisi del turismo della riviera romagnola, di quella ligure e della Versilia.

Non siamo riusciti a sviluppare, soprattutto al Centro-Sud (inclusa la capitale) quel turismo «premium» che pretende strutture alberghiere di qualità e trasporti eccellenti. L’Italia è il paese che ha il minor numero di esercizi alberghieri riferibili a catene alberghiere: il 6 per cento contro il 22 per cento della Spagna, il 31 per cento della Francia e il 69 per cento degli USA. Nel paese del turismo non è nata una sola catena internazionale, mentre la Spagna ha NH Hoteles, la Francia Accor e gli USA Starwood. Questa frammentazione non ha penalizzato solo il turismo nelle località balneari, ma anche quello di cultura nelle città d’arte: il turismo a Roma, Firenze e Venezia è sottosviluppato e i visitatori delle città italiane fanno soggiorni più brevi e spendono meno di quelli che visitano le altre capitali del turismo all’estero: Parigi, ad esempio, registra 75 milioni di presenze all’anno contro i 25 di Roma. Anche i dati relativi alle località sciistiche sono indicativi: l’Italia ha il 22 per cento delle piste sciabili di tutte le Alpi, ma solo il 12 per cento di quota di mercato, il 50 per cento di piste in più della Svizzera, ma la metà dei visitatori. Solo il 15 per cento delle presenze nelle Alpi italiane è costituito da stranieri, contro il doppio nelle Alpi francesi e il 37 per cento in Svizzera, Austria e Germania.

La storia è ovunque la stessa: che sia straniero o italiano, che visiti città d’arte o località di villeggiatura, il turista da noi trova costi sempre più alti in relazione al servizio che ottiene e alla qualità delle infrastrutture (trasporti, ospedali eccetera). Milioni di turisti scelgono ancora il nostro paese, ma oggi la concorrenza è molto più forte di vent’anni fa.
Il disastro del turismo italiano non rappresenta un caso isolato: una situazione analoga si ritrova in quasi tutti gli altri settori dei servizi.

L’Italia è il paese dei mobilieri, ma da noi non è nata Ikea, simbolo del commercio innovativo. Il settore delle costruzioni è il più frammentato e meno competitivo tra i venticinque paesi più sviluppati: poche grandi imprese (solo il 3 per cento ha più di 250 addetti, contro il 24 per cento del Regno Unito, il 20 per cento della Svezia e 18 per cento della Francia).
Abbiamo più architetti di tutti, ma le loro partite IVA vivacchiano. Alcuni geni dell’architettura contemporanea sono italiani, ma gli studi di architettura di calibro mondiale sono americani, svizzeri, inglesi e giapponesi. Lo stesso vale per gli avvocati, dove il problema non è chiaramente la competizione (ci sono quattro avvocati italiani per ogni omologo francese), ma la qualità determinata dal basso numero di grandi studi professionali di livello internazionale.

Nella prossima pagina: L’economia italiana non cresce perché le sue imprese non crescono

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