Perché l’Italia non cresce?

Lo spiegano Roger Abravanel e Luca D'Agnese nel loro saggio che esce oggi: a nessuno importa che una cosa sia "made in Italy", per cominciare

di Roger Abravanel e Luca D'Agnese

Il ritardo digitale dell’Italia

Secondo un recente studio McKinsey per il Digital Advisory Group, il ritardo dell’economia italiana nel digitale vale almeno un paio di punti di PIL. L’Italia è al ventisettesimo posto su 34 paesi OCSE nel Web Intensity Index. Innanzitutto, le aziende italiane utilizzano l’e-commerce molto meno delle altre: solo il 5 per cento delle aziende italiane vende on line contro il 20 per cento di quelle tedesche. Poi ci sono gli italiani che, pur usando internet come gli altri europei (spedire computer per e-mail, navigare, andare su Facebook, telefonini per mandare sms e fotografie), comprano molto meno on line, un quarto rispetto al Regno Unito. E alla fine lo stato italiano è veramente poco digitalizzato, essendo al venticinquesimo posto nella classifica dell’e-government.

L’impatto di questo ritardo digitale è enorme, sia in termine di posti di lavoro persi direttamente nel mondo del web e delle telecomunicazioni (stimato in 400/500 mila posti di lavoro) sia per le aziende che perdono la leva di internet per crescere. Varie ricerche dimostrano che le aziende più utilizzano internet e più crescono nel fatturato, ed è abbastanza ovvio il perché: il segmento di mercato di chi compra on line è in crescita in tutto il mondo e le aziende che ne sono escluse sono penalizzate.
Le cause di questo ritardo sono note solo in parte. Ormai è risaputo che siamo un paese con un pessimo accesso a infrastrutture digitali all’avanguardia (l’Italia è quarantesima su 72 nella qualità della rete a banda larga e ha pochi punti Wi-Fi, sempre secondo lo studio McKinsey). Ma ci sono anche altre cause meno conosciute, in gran parte legate alla mancata transizione a un’economia postindustriale.

Per cominciare, le PMI italiane sono troppo piccole e spesso incapaci o poco interessate a cogliere i vantaggi di internet per crescere (sempre secondo l’adagio «piccolo è bello»). Non riescono inoltre ad assumere personale qualificato e chi le guida spesso possiede un livello di istruzione poco adeguato.
Contribuisce anche un altro problema ben noto: la cronica mancanza di una cultura di regole giuste e rispettate. Infatti, in molte occasioni, lo sviluppo del digitale è stato bloccato da regole assurde: per esempio, lo sviluppo del Wi-Fi (in Italia nel 2011 solo cinquemila punti Wi-Fi con- tro 31 mila in Francia e 143 mila nel Regno Unito) è colpa di una legge sbagliata. Il decreto Pisanu del 2005 riguardante «misure urgenti per il contrasto dell’antiterrorismo» richiedeva che chiunque usasse il Wi-Fi in un luogo pubblico dovesse fornire un documento di identità.

Un’aggravante è la scarsa abitudine degli italiani a usare carte di credito per il pagamento, anche perché il nostro commercio usa moltissimo il contante, per potere fare più facilmente il nero. Infine c’è l’incapacità del sistema educativo a formare le professionalità giuste nell’ICT (Information & Communication Technology) e a insegnare al cittadino medio almeno un’infarinatura minima di informatica per rendergli la vita più facile.

Il ritardo digitale dell’Italia non ci deve preoccupare solo perché da noi non sono nate le grandi innovazioni globali che hanno trasformato il mondo (come Google, Apple, Qualcomm, alla quale ha del resto dato un importante contributo la genialità di un italiano, Andrea Viterbi, uno dei tanti italiani che hanno contribuito alla leadership nella ricerca e nella tecnologia degli USA). Preoccupa anche l’incapacità delle imprese e dei consumatori italiani di approfittare di un grande megatrend (magari scoperto altrove) per creare sviluppo applicando servizi innovativi nel nostro paese.
Non solo creiamo poca tecnologia e innovazione, ma non siamo neanche capaci di applicare quella creata da altri, spesso da «cervelli» italiani emigrati.

Nella prossima pagina: L’opportunità perduta nel settore dei servizi

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