Perché l’Italia non cresce?

Lo spiegano Roger Abravanel e Luca D'Agnese nel loro saggio che esce oggi: a nessuno importa che una cosa sia "made in Italy", per cominciare

di Roger Abravanel e Luca D'Agnese

Il fenomeno che si è verificato nel settore elettrodomestici è avvenuto anche in molti settori industriali: le aziende italiane sono rimaste confinate in «nicchie» che nel mondo occidentale più di tanto non possono crescere (pelletteria, scarponi da sci, calze da donna) o in settori a basso valore aggiunto (ceramica, tessuti, acciaio), dove la maggioranza delle imprese italiane non è stata capace di «reinventarsi», neanche nei settori dove la grande tradizione italiana pareva più solida. In qualche caso lo ha fatto qualcun altro: vedi il caso di Nestlé, che si è reinventato il modo di bere il caffè (i negozi Nespresso, quelli degli spot con George Clooney), e di Starbucks, che ha fatto lo stesso con il cappuccino.

Diventare imprese postindustriali non era impossibile, ma richiedeva imprenditori capaci di adattarsi ai tempi che cambiavano. Qualcuno ci è riuscito, per esempio un grande imprenditore italiano come Leonardo Del Vecchio. Nel settembre 2011, Luxottica ha festeggiato il cinquantesimo anniversario della fondazione ad Agordo. Con la straordinaria semplicità che lo contraddistingue, Del Vecchio ha confessato: «Quando vengo qui, mi guardo attorno e mi ricordo cinquant’anni fa che venivo in Lambretta con i miei amici operai e penso spesso: guarda che casino abbiamo combinato».

E di «casino» ne ha davvero combinato molto: Luxottica era una piccolissima impresa che produceva un pezzetto di occhiale, oggi è diventata una grande impresa globale che crea prodotti in Italia e negli USA, che commercializza i grandi marchi della moda italiana ma anche due brand americani come Ray-Ban e Oakley, due aziende che ha acquistato per centinaia di milioni di dollari. Soprattutto, Luxottica si è trasformata nella più grande catena di ottica e di occhiali da sole nel mondo: con più di settemila negozi (soprattutto negli USA) Luxottica oggi è il simbolo di una vera azienda «postindustriale». Continua a produrre occhiali (32 milioni di pezzi ad Agordo e 15 milioni a Dong Huang, in Cina) ma li disegna, li progetta, ne concepisce il marketing e soprattutto li vende, ai negozi di ottica indipendenti (che apprezzano la qualità del servizio offerto) oppure ai propri. Inutile aggiungere che in questi cinquant’anni Luxottica è cresciuta enormemente, anche per quanto riguarda l’occupazione. Il bello è che se oggi nella fabbrica cinese lavorano 6500 persone, ad Agordo continuano a lavorare 7900 persone, molte più delle 2900 che erano presenti nel 1997, anno di apertura della produzione in Cina. Negli ultimi cinque anni la crescita è stata di 1500 lavoratori: per Luxottica produrre in Cina non vuol dire licenziare in Italia.

Leonardo Del Vecchio ha capito che commercializzare gli occhiali era altrettanto importante che saperli produrre e che era necessario attirare in Luxottica i migliori talenti: ha chiamato come amministratore delegato uno dei più bravi manager italiani, Andrea Guerra, esterno alla famiglia.
Purtroppo per l’Italia, i Del Vecchio sono rari. La maggioranza delle imprese italiane non è stata capace di sfruttare le grandi opportunità di cambiamento.
Il secolo scorso è stato caratterizzato da veri e propri megatrend che hanno trasformato l’economia mondiale. La prima è sicuramente la tecnologia, ma non nell’accezione che si dà in Italia quando si dice: «In Italia non si fa ricerca di base». Questo è senz’altro un problema, ma il fatto ancora più grave è che la nostra economia si è rivelata incapace anche di applicare tecnologie sviluppate da altri.

Internet è considerato un gadget, dall’imprenditore che magari ha tre iPad e dai suoi dipendenti che hanno due smartphone: mentre la cultura organizzativa dell’impresa italiana, soprattutto di quella piccola, non è ancora in grado di utilizzare l’enorme potenziale delle tecnologie digitali.

Nella prossima pagina:Il ritardo digitale dell’Italia

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