L’Italia alla prova di se stessa

Un libro cerca di spiegare come siamo fatti, citando Dylan Dog, Orson Welles, Machiavelli e Serge Gainsbourg

Certo l’Italia in questo ha rappresentato bene i tempi, come è successo spesso peraltro, e forse proprio a causa di questa sua radice rinascimentale, per questa sua grandezza a misura di città e per questo suo considerare la propria città un mondo, urbs et orbs, nel senso contrario della formula, un perimetro oltre il quale oggi tutto sembra perdere significato e non ha interesse. Un linguaggio di grandezza calcolata che si trasforma in un leader smisurato (lo abbiamo visto in tempi recentissimi) che assorbe nella sua figura anche ogni smisurata parola su di lui, un corpo esibito e quasi in ostensione permanente, addirittura difforme, addirittura pantagruelico negli scandali degli ultimi anni. E certamente roboante nelle promesse (come quella di debellare la morte per cancro in tre anni).
A me allora vengono in mente i giganti dell’epica anticavalleresca, il Morgante descritto da Pulci nella seconda metà del XV secolo, cioè il gigante convertito al cristianesimo e alleato di Carlo Magno. Un gigante smisurato che può distruggere ogni cosa a colpi di batacchio di campana, che nella nave in tempesta regge le vele al posto dell’albero maestro, che in battaglia non teme rivali, un ammazzasette che ribalta comicamente la tradizione cavalleresca, apparentemente invincibile e che muore nel modo più inaspettato, punto da un granchietto. È anche questa l’Italia di oggi? E dov’è allora il Pulci che la descrive?

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Pinocchio piace a tutti non perché dice le bugie, ma perché cerca se stesso. Non perché è sedotto dal paese dei balocchi e dunque diventa un somaro, bensì perché diventa un somaro, ma la storia non finisce lì. Perché costruisce il proprio racconto entrando e uscendo dal racconto degli altri, quello del giudice, quello di Lucignolo, quello del gatto e della volpe, pure quello della fatina (non parliamo di Geppetto), che lo limitano e lo interpretano. La sua vita è una metamorfosi continua, che non oscilla solo tra burattino e bambino, ma tra vecchio e nuovo, tra scoperta e rigidità. Si è sempre sull’orlo della tragedia, ma la tragedia non avviene mai, perché tutto può arrivare ad evitarla, anche i propri punti deboli, e può accadere che appesi per il collo alla forca ci si trasformi in burattino di legno, e come in un vero Golgota, “Babbo mio, se tu fossi qui”, si soffra fino alla morte. Ma poi non si muore e si ricomincia.

Insomma Pinocchio non è solo un racconto, è una battaglia di racconti. Proprio quella che servirebbe oggi, in fondo. “Noi ci vediamo nel racconto degli altri”, scrive il Nobel sudafricano Coetzee. Ma chi racconta e dà una lettura di noi sono anche le istituzioni, i miti comuni, il lavoro, i giudizi impliciti che la nostra posizione nel mondo ci rimanda continuamente. Mi pare che oggi tutti questi elementi di lettura e narrazione necessitino di una “messa a giorno”. In questo senso non riusciamo più a vederci nel “racconto degli altri” e fatichiamo, come Pinocchio, a imporre il nostro e questo genera incomprensioni e squilibri. Che cosa vuol dire raccontare, concretamente, in questo senso?

Si prenda il lavoro precario nella ricerca. La logica attuale di riconoscimento istituzionale è “se hai un posto fisso nell’accademia sei un ricercatore, altrimenti sei un giovane in formazione, anche se hai 35 anni, anche se ne hai 45 e fai due lavori”. Questo organizza la visione delle cose attraverso una polarità dentro-fuori, tutto-niente, generata dalle istituzioni stessa della ricerca, università, cnr, ministeri, che guardano ancora ad un mondo in cui il precariato non esisteva. In questo modo la lettura che i precari danno di se stessi è quella di incompiutezza, di chi subisce un torto, di chi deve abbassare la testa. Se però andiamo a vedere chi effettivamente fa la ricerca, cioè chi pubblica e dove, si scopre che una parte strutturale della produzione scientifica è fatta proprio da loro. L’esempio delle società scientifiche (che associano gli studiosi di una determinata area, che coincide quasi sempre con una “classe di concorso” accademica) è ancora più interessante. I membri di queste società sono almeno per il 90% ricercatori precari. Lo statuto di una di queste società, addirittura nega il diritto di voto attivo e passivo per le cariche interne ai membri che non abbiano un posto fisso. Cioè si dà enfasi alla precarietà, piuttosto che alla ricerca, creando squilibri e rendite.

Tutto questo vuol dire che bisogna raccontare il mondo in un altro modo e che sono le istituzioni che devono sentirsi sotto pressione. I precari della ricerca ad esempio devono avere accesso ai fondi di ricerca, cioè devono almeno poter essere considerati ricercatori a tutti gli effetti e poi giudicati in base a questo. Oggi per un ricercatore italiano capace, è più facile organizzare un convegno a Berlino piuttosto che a Roma.

Altrimenti è impossibile anche qualsiasi sistema di riconoscimento sociale, di valorizzazione comune del lavoro. Se il lavoro è cambiato va anche cambiata la forma del riconoscimento istituzionale che lo racconta. E se cambia il racconto cambia anche la realtà (e gli strumenti concreti per adeguare i due livelli). L’incrocio tra racconto individuale e collettivo in questo senso è una delle grandi sfide in questo momento di passaggio. Sulla capacità di incrociare i due elementi si gioca l’inclinazione verso il crinale di una mentalità oligarchica e della rendita, anch’esse inerenti all’esperienza italiana, o verso una nuova apertura repubblicana. Con le conseguenze che ne derivano.

Naturalmente in mancanza di ideologie totalizzanti esplicite il lavoro di narrazione si complica (oggettivamente). D’altra parte aspettare ancora l’ideologia totalizzante è un problema di strabismo. Ha modificato maggiormente la vita degli italiani negli ultimi decenni il sistema dei partiti o il porno di massa? E il rapporto con il cibo e con il corpo o le decisioni della “politica”? Se lo chiede con intuizione fulminante Acquaviva. E a queste domande se ne potrebbero aggiungere molte altre.

Però in un quadro così fluido dal punto di vista cognitivo si apre lo spazio anche per “stare” nelle cose a partire dalla riattivazione delle risorse intellettuali e culturali di una determinata identità complessa, come quella italiana.

Foto: AP Photo/Mark Lennihan

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