L’Italia alla prova di se stessa

Un libro cerca di spiegare come siamo fatti, citando Dylan Dog, Orson Welles, Machiavelli e Serge Gainsbourg

Quanta di questa varietà è parte integrante dell’essere italiani? Quanta di questa molteplicità, tutt’altro che dispersa, ma coerente e aperta, fa parte della cultura italiana oggi? Della cultura che vediamo rappresentata, intendo dire, che ci rende ubiqui e quindi più forti, per riprendere una parola di Jacques Attali quando riflette su come uscire dalla crisi.
Ma che dire oggi del fatto che sta nascendo uno spazio che possiamo forse definire di italofonia? Oggi esiste un numero importante di scrittori che sono italiani di seconda o addirittura prima generazione che decidono di esprimersi in italiano. Si tratta di un contributo identitario inimmaginabile fino a poco tempo fa. Che siano di provenienza Egiziani, Maghrebini, Albanesi, Iracheni, Moldavi, una serie crescente di autori decide che è con la lingua italiana che vuole fare i propri conti. Per me è un miracolo. Come i veneti che cantavano d’amore in provenzale.
La geografia culturale italiana diventa allora davvero uno spazio nuovo, nuovissimo, da interpretare, da esplorare completamente.

2.
Uno stato non si governa coi paternostri. Lo diceva Machiavelli, ma un po’ si sbagliava. Ho scoperto che l’icona della Madonna nella chiesetta russa ortodossa di via san Gregorio a Milano piange. Non è facile accedervi, perché la cappella non dà sulla strada. Bisogna entrare nel cortile di una scuola attraverso un cancello che sembra un ponte levatoio, perché la cappella è protetta per un lato da un fosso profondo di mattoni rossi. Erano anni che volevo entrare. Mi sono sempre chiesto chi fossero i frequentatori di una chiesetta russa, retta da un sacerdote vestito di porpora e con una barba bianca che più russo non si può, nel cuore di Milano, a 20 metri da corso Buenos Aires. E perché la Madonna piange? Non è dato sapere. Ma ho colto l’occasione per partire, senza maggiolino e senza Groucho, a vedere uno di questi cosiddetti gruppi carismatici, cattolici. Il ritorno del carisma. E dei carismi (come li pensava Paolo di Tarso). Modi di pregare inaspettati. Tra canti in lingue misteriose, attese (soddisfatte) di miracoli quotidiani, angeli veri e demoni veri che si combattono ogni giorno, oggi, in Italia. Sono gruppi, comunità ristrette ma in relazione con le altre, che sembrano usciti da una tarda antichità o da un medioevo immaginari; animati da una tensione cognitiva e spirituale che abolisce la linea leggera e sottile tra quotidiano e sovrannaturale, fatta di segni e di interpretazioni.
Ma non vengono dal mondo antico, anche se alle origini si ispirano, e non c’è nulla di new age, si tratta invece di un fenomeno in aumento che nasce proprio, e non è un paradosso, dalla “modernità” del Concilio Vaticano II e dal nuovo ruolo che esso accorda ai laici. È proprio grandioso il ruolo di una istituzione che si vuole “cattolica”, cioè universale, ma che rappresenta piuttosto uno dei contributi universali del pensiero italiano. Quanto di italiano c’è nella chiesa cattolica e quanto di cattolico nell’accesso italiano al pensiero.
Oggi il cattolicesimo italiano è una cosa diversa dal passato, naturalmente, ma rimane davvero una galassia, non scopro nulla. Il dibattito è però sempre sospeso tra “cattolici democratici” da una parte, blocco dei cattolici dei “fini che giustificano i mezzi dall’altra” (per usare un’espressione azzeccata di Rosi Bindi), una gerarchia che fa della contraddizione un sistema di gestione e insieme un dibattito sulla laicità che a volte sconfina nella pura evocazione di princìpi. Alla fine del viaggio alla ricerca dei carismi, mi pare ancora più evidente il ruolo cardinale dell’istituzione. Lo dico in senso descrittivo, anche se è un po’ banale.
Ma allora che cosa può fare la chiesa gerarchica italiana per questo nostro paese oggi, per farlo crescere in quanto paese? In realtà molto, ma io mi limiterò ad alcune proposte in fondo marginali, ma non prive di una loro importanza culturale.

3.
Naturalmente se indagine dell’incubo dev’essere, è necessario che l’indagatore indaghi anche a partire dalle proprie ossessioni. Ho voluto dire qualcosa sul nesso tra potere e bellezza, sul nesso tra potere personale e dimensione pubblica della ricchezza. È uno dei punti che qualificano il Rinascimento, secondo me, ed è uno degli elementi che sono entrati nell’identità italiana. L’uso dell’immagine, la restituzione della bellezza (o di un suo simulacro) in cambio della libertà, l’idea che il bene comune possa non essere il bene pubblico, o che intrattenga incerti legami con esso. Soprattutto l’oscillazione permanente tra repubblicanesimo e principato, tra libertà e assoggettamento (più o meno volontario) costituiscono quelle oscillazioni ambigue e meravigliose (in tutti i sensi) che il Rinascimento ha consegnato alla mentalità politica italiana. Machiavelli ha scritto il Principe, variamente commentato da Mussolini, da Gramsci, perfino da Craxi e da Mitterrand, ma il suo capolavoro sono i Discorsi, in cui mostra la passione per la repubblica e la libertà. Non solo, mostra come mantenere la libertà contro i prìncipi.
Il corpo del principe, l’immagine del potere, la bellezza ambigua della ricchezza e del patto comune sono in certo modo la sostanza rappresentativa di un nuovo potere. Anche da questa radice rinascimentale si può capire qualcosa del populismo e del fatto che repubblica e democrazia siano concetti che si possono non sovrapporre, che bene comune e bene pubblico possono non essere sinonimo. Certo il salto con il mondo di oggi è abissale, il sistema di segni non è più lo stesso. Ma non rimane in filigrana una possibilità di lettura? Assistiamo forse oggi a una nuova estetica come dispositivo, a una nuova produzione di segni di potere che hanno un senso nel contesto di un mondo mediale. Il corpo delle donne, un documentario molto bello scaricabile dall’omonimo sito, mostra alcuni elementi interessanti di questo nuovo lessico e il film Videocracy ha schizzato i contorni di un nuovo meccanismo governamentale.
È curioso che ancora nel XXI secolo, dopo secoli di marxismi, liberismi, strutture, sovrastrutture, economicismi vari, sia ancora così importante il leader, la sua persona, la sua singolarità. E che lo sia ancora in una chiave miracolistica. Vale per l’Italia, ma vale anche per altri. Siamo ancora al re taumaturgo?

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