L’Italia alla prova di se stessa

Un libro cerca di spiegare come siamo fatti, citando Dylan Dog, Orson Welles, Machiavelli e Serge Gainsbourg

Quello che cercheremo insieme sono infatti alcuni elementi di ciò che possiamo chiamare identità italiana (in un senso non drammatico e non definitivo e tanto meno “essenzialista”) che ci possano aiutare a vedere positivamente ciò che siamo e che possiamo progettare, o anche a mettere a fuoco quelle che un qualcuno chiamerebbe “criticità” del nostro stare insieme. Ed è solo un tentativo di racconto soggettivo, stimolato da quel ronzare sulle identità che rimane sempre indizio e mai discorso, insinuazione ma mai prova. È il tocco del male dell’infernale Quinlan il problema culturale di questo giro di anni? La fabbricazione del dispositivo che fornisce la prova del nostro non esserci? Ma Quinlan, in quel film così moderno che è Touch of evil non l’ha spuntata, è bene ricordarlo. In ogni caso non sarei in grado di scrivere un libro storico sull’identità italiana, mi creerebbe seri problemi di metodo sulla nozione stessa (ma ne esistono, e anche di molto belli).
Il libro è dunque un intreccio di temi e stili diversi, di capitoli che possono anche essere letti separatamente ma che convergono verso alcune idee unificanti, tra viaggi nel tempo della letteratura, spostamenti fisici alla ricerca di indizi su noi stessi tra luoghi e persone, tentativi di decostruire alcuni cliché del linguaggio politico odierno e di spostare anche lievemente l’asse del dibattito. Tutto questo ha comportato anche un tipo di scrittura che da un lato percorresse gli scarti e le accelerazioni che gli sbalzi di immagini, testi, personaggi del racconto hanno proposto, e dall’altro lato seguisse invece i tempi più lenti della breve riflessione. Se mi sono concesso a volte riferimenti al mio lavoro e ai miei incontri, o qualche breve vertigine pop, per così dire, su film, musiche, autori o parole della quotidianità, non è per prepotenza o per togliere spazio all’immaginario del lettore. Al contrario: è proprio per significare che ognuno di noi può condurre la ricerca, sbrogliare il rompicapo, raccontare a sua volta una storia dell’Italia, partendo dalle proprie immagini, dai propri riferimenti, dai propri incontri, da ciò che lo fa riflettere, dal proprio immaginario, dai propri pensieri.

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Una canzone di Serge Gainsbourg, che ha anche un bel video ante litteram da vedere su youtube, dice che l’amore è un veleno che ci fa oscillare tra disgusto e appetito e tra appetito e disgusto. Ecco sembra proprio che anche l’Italia funzioni così, almeno a parole. Oltre il disgusto e l’appetito ci siamo noi, il nostro paesaggio mentale, il nostro immaginario e la nostra storia. Qui peschiamo solo qualche pesce, con una cannetta da pesca di quelle che si regalavano ai ragazzini di città negli anni ’70, ma il mare è profondo e nel caso servirebbero altri strumenti.
Ma esiste allora l’Italia? La domanda è enfatica, ma a quanto pare non retorica. È per me molto bello, nel senso estetico del termine, che Francesco de Sanctis alla fine dell’Ottocento abbia scritto un libro che si intitola Storia della letteratura italiana. È bello perché senza dire ancora nulla dell’unità politica italiana, vedeva tutto in funzione di una lingua unitaria, che di quella unità tardiva era una delle ragioni più forti.
E trovo geniale che uno dei saggi più belli dell’italianistica del secolo scorso si intitoli invece Geografia e storia della letteratura italiana. L’autore, nel 1967, era un intellettuale come Carlo Dionisotti, che insegnò quasi sempre in Inghilterra e di lì influenzò il mondo accademico anglosassone rispetto agli studi sull’Italia.
Geografia e storia. L’idea di una letteratura italiana veniva complicata da una visione multicentrica. L’Italia come insieme di spazi geografici e culturali,
e anche politici naturalmente, una letteratura aperta alla diversità interna, forse più letterature italiane.

Una cronaca medievale, scritta a Padova dal notaio Rolandino nel ‘200, è dedicata alla storia della Marca Trevigiana, quell’area culturale composta da città indipendenti, Treviso, Vicenza, Padova, Bassano, fino a lambire Verona. Ed è anche la storia di un tiranno, Ezzelino, che tentò di unificarle con una violenza cieca. La cronaca finisce con la descrizione avvincente di una battaglia notturna, presso il ponte di Cassano, sull’Adda. Una battaglia sul confine, la frontiera con i Milanesi. Ezzelino viene affrontato dai cavalieri di Milano e inseguito dai suoi nemici della Marca. Ma è notte, non si vede nulla. E allora la battaglia quasi non c’è. C’è un vortice di cavalli che si cercano, di cavalieri che fremono, di fanti che accorrono, una Anghiari leonardiana ante litteram in cui tutto ruota attorno a un punto “come l’universo attorno a un centro”. Si sa solo che c’è Ezzelino, il tiranno, e si gira intorno al punto dinamico dove dev’essere, dove sicuramente deve trovarsi. C’è un guado, c’è un ponte. Dev’essere lì.
Ezzelino ricorda allora la profezia della madre: “Sei nato a Baxan, a Bassano, morirai in un’altra Axan”. “Dove siamo, come si chiama questo luogo?”, chiede il tiranno. “Siamo a Caxan”, gli risponde un cavaliere. E Ezzelino capisce che è finita. Chi ricorda oggi queste frontiere? Chi ha memoria di queste paure e tirannie che arrivavano da pochi chilometri? Cassano oggi è una cittadina del milanese, che presidia ancora il suo ponte con un castello e qualche antica fortificazione. Ma la paura non arriva più dall’altra parte del fiume.
Eppure i sottosistemi che compongono il nostro paese esistono ancora ma non vengono raccontati, se non in una chiave tristemente difensiva e con un linguaggio ancora meno efficace di quei resti di antiche fortificazioni.
Rolandino da Padova scriveva in latino, ma poteva ascoltare nelle piazze e nelle corti della Marca Trevigiana le poesie d’amore in provenzale di veneti e lombardi. Il suo contemporaneo fiorentino Brunetto Latini invece scriveva in francese del Nord, oppure traduceva in toscano il latino di Cicerone. Pochi decenni prima al Sud, un imperatore tedesco chiedeva ai suoi funzionari di scrivere poesia, in siciliano. Dante penserà alla corte dei siciliani, al ruolo politico della lingua, quando scriverà, in latino, che è necessario costruire una lingua italiana “curiale” per la corte che verrà. Ancora in quegli anni Marco Polo detta il racconto del suo incredibile viaggio in Cina in francese.

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