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  • giovedì 5 aprile 2012

L’assedio di Sarajevo

Le foto e la storia del simbolo più sanguinoso della guerra civile in Jugoslavia, che cominciò venti anni fa

L’assedio fu particolarmente duro e i combattimenti violenti durarono fino alla metà del 1993: alla fine di quell’anno, praticamente tutti gli edifici della città erano stati danneggiati dai bombardamenti, inclusi gli ospedali, gli edifici governativi e le sedi delle Nazioni Unite. Sulla città, secondo le stime delle Nazioni Unite, caddero durante l’assedio proiettili di artiglieria con una media di oltre 300 al giorno. La Biblioteca Nazionale bruciò fino alle fondamenta e il suo contenuto di libri e codici antichi venne interamente distrutto. Le strade della città sono tuttora marcate da decine di “rose di Sarajevo“, le tracce nell’asfalto e sui muri lasciate dallo scoppio delle granate e poi riempite di resina rossa per ricordare il luogo delle esplosioni.

Nei primi sei mesi del 1993, per aggirare l’embargo delle armi e permettere l’ingresso di aiuti umanitari nella città, venne scavato uno stretto tunnel, lungo circa un chilometro, dai sobborghi della città fino alla zona dell’aeroporto a sudovest della città, posto in una zona nominalmente neutrale e sotto il controllo delle Nazioni Unite, ma che non sfuggì ai bombardamenti dei serbo-bosniaci. Attraverso il “tunnel di Sarajevo” passarono per mesi armi, cibo e materiali di ogni tipo, nonché l’allora presidente (il primo della Bosnia-Erzegovina) Alija Izetbegović su una carrozzella.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò a partire dall’estate del 1992 una settantina di risoluzioni sulla guerra civile in Jugoslavia, per la grande maggioranza vaghe e incapaci di influire sul corso della guerra. L’opinione pubblica europea e mondiale assisteva sui mezzi di comunicazione agli aggiornamenti continui sulla guerra e sui crimini che vi venivano commessi, compresa la strage quotidiana operata dai cecchini serbi sulla popolazione civile della città. Il 5 febbraio 1994, l’artiglieria serba comandata dal generale Ratko Mladic colpì un mercato di Sarajevo, causando 68 morti: la strage aumentò le pressioni sui musulmani bosniaci e sui croati perché smettessero di combattersi tra loro nel resto del paese e si unissero per rispondere ai serbo-bosniaci. Il giorno successivo, il segretario generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali chiese alla NATO di intervenire.

Nell’aprile del 1994, la NATO iniziò una campagna di bombardamenti aerei limitati alle posizioni serbo-bosniache intorno alla capitale. Dopo un’altra strage di civili a causa dei colpi di mortaio degli assedianti nell’agosto 1995, i bombardamenti contro i serbo-bosniaci si intensificarono con la campagna Operation Deliberate Force e i serbi vennero costretti ad arrendersi e partecipare ai negoziati di pace.

I bombardamenti e i cecchini uccisero circa 10.000 persone, secondo le stime del rapporto delle Nazioni Unite sull’assedio di Sarajevo, e ne ferirono altre 50.000 durante i 44 mesi dell’assedio, il più lungo nella storia della guerra moderna. La popolazione della città è oggi intorno ai 350.000 abitanti, oltre 70.000 persone in meno dell’inizio dell’assedio, ed è quasi interamente composta da bosniaci musulmani, dopo un lungo passato da metropoli cosmopolita.

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