Maddalena Rostagno e il libro su suo padre

La morte di Mauro Rostagno, il giornalista ucciso nel 1988, e i giorni che seguirono, nel racconto di sua figlia

di Maddalena Rostagno, Andrea Gentile

Prende il microfono monsignor Antonino Adragna e si scaglia contro la mafia:

La mafia siciliana, protagonista invisibile, è tornata a colpire con malvagità. […] Un fucile semiautomatico ha ucciso Mauro Rostagno. 46 anni, una voce scomoda, una valida intelligenza stimata da tutti che voleva recuperare una nuova qualità di vita alle nuove generazioni. Della denuncia ne aveva fatto una missione. […] Per Rostagno la lotta alla droga, alla mafia, alle disfunzioni degli enti locali erano diventati aspetti di una stessa battaglia, che ha combattuto fino alla morte. Infatti Rostagno collaborava da circa due anni con l’emittente televisiva locale Rtc e continuamente si scagliava contro la mafia e il traffico di stupefacenti. Le sue battaglie erano anche quelle dei senzatetto, di quel proletariato costretto a vivere di mille espedienti ed emarginato dalla società. La lotta per l’acqua, per difendere la natura, per rendere pulita la città. Proprio in queste lotte è nata la nostra amicizia e la nostra vicendevole stima.

La gente che a Trapani ancora crede in qualche cosa incominciava a poco a poco a identificarsi con lui. Osava ripetere: faccio le stesse battaglie di una volta contro l’emarginazione, contro la mafia, niente potrà farmi tornare all’attività politica di un tempo. Ed è stato questo impegno apparentemente più lontano dalla politica a costargli questa volta la vita. Dopo la morte di Ciaccio Montalto, la strage di Pizzolungo, l’uccisione di Giacomelli e di Rostagno non possiamo chiudere gli occhi. La provincia di Trapani rispecchia in tutti i sensi la nuova criminalità della mafia e sette morti, da gennaio a oggi in provincia. A chi tocca adesso? […] Noi vogliamo credere che Mauro Rostagno, così violentemente strappato all’affetto dei familiari, della comunità di Saman, dal nostro fianco, vittima di odio e sopraffazione, che sono sempre ingiusti e ingiustificati, noi vogliamo sperare che Mauro sia accolto nella grazia della divina misericordia.

Anche perché in se stesso, anche senza pensarlo, ha riprodotto l’immagine di Cristo che il vangelo oggi ci ha posto dinnanzi. Cristo fu vittima dell’ingiustizia, dell’odio, della violenza spietata. Gesù è la vittima innocente e santa che con una morte ingiusta espia tutte le colpe degli uomini. E in questa morte c’è dunque qualcosa della morte di Cristo. […] A questo punto il pensiero corre con prepotenza a coloro che sono causa di questo nostro dolore. Agli assassini. Che cosa dire? Che cosa chiedere? […] Mafia. Tu non sei società, ma sei contro la società. Un pensiero ora alla situazione che fa da sfondo all’evento che qui dolorosamente ci raduna. Che dire? Siamo tutti stanchi di odio e di violenza. Vogliamo vivere in pace. Vogliamo dire allo Stato e ai partiti maggiori responsabili di queste cose, svegliatevi! Siamo stanchi di chiacchiere. Non basta nominare un alto commissario. Occorre fare presto e dare i mezzi e i poteri.

Lo Stato può vincere la mafia, ma occorre la risposta forte e immediata di tutti, nessuno può stare in panchina a guardare. […] Giornalisti, politici, uomini di cultura, giovani di buona volontà non abbiate paura. Torniamo ognuno al nostro posto con coraggio e onestà. La paura genera disgregazione sociale, non abbiamo bisogno di mafia ma di comuni testimoni nella vita.

Poi il corteo, dalla chiesa, passando per le vecchie vie del porto, arriva nella piazza del municipio. La bara è sorretta dagli amici di gioventù, tra cui Marco Boato, Enrico Deaglio, Mimmo Pinto, Checco Zotti, Toni Capuozzo, Carlo Panella e Randi Krokaa, la compagna di Adriano Sofri. In piazza si tengono i discorsi. Parla Cardella, poi Martelli. Per lui è «un delitto mafioso». L’intervento di Marco Boato è il più lungo. Cita Leonardo Sciascia, che sulla sua lapide vorrebbe la scritta «Contraddisse e si contraddisse», poi cita un vecchio proverbio cinese che Mauro Rostagno amava: «Senza contraddizione non c’è vita». E paragona la morte di Mauro Rostagno a quella di Ernesto Che Guevara, ucciso ventun anni prima. Quando la bara attraversa le strade, alle finestre e ai balconi ci sono tutti i trapanesi, e dall’alto molti gettano petali di rosa.

Poi dritti verso il cimitero di Ragosia di Valderice. È il più grande funerale che Trapani abbia mai avuto. A novembre, sul mensile King, Chicca Roveri racconta a Claudio Fava: «Desideravo tornare a casa, dopo quei discorsi in cattedrale, che bello, pensavo, adesso racconto tutto a Mauro. […] Lui sarebbe stato felice per quel prete così incazzato».

« Pagina precedente 1 2 3