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  • lunedì 13 Febbraio 2012

Di Grecia, Spagna e tutto quanto

Filippomaria Pontani spiega cosa succede intorno al Mediterraneo, e perché non gli piace

di Filippomaria Pontani

“Sii molto prudente con le parole / proprio come lo sei quando porti in spalla un ferito grave”

(Aris Alexandru, Zona morta, 1959)

La Grecia ha ormai una disoccupazione a livelli spagnoli (21%, che sale al 48% sotto i 25 anni), ma un debito pubblico più che doppio (viaggia verso il 170%), un reddito nazionale in caduta libera (-12% in 2 anni) e un’economia infinitamente più debole, già prostrata in tutti i settori da misure di austerità che hanno falcidiato il settore pubblico (destinatario ora di altri 150mila licenziamenti in 3 anni, per non parlare dei nuovi tagli previsti ai già esigui stipendi) e hanno avvitato l’impresa privata in una coclea d’inazione, provocando una massiccia fuga di capitali, e viceversa la privatizzazione – spesso in mano a capitali stranieri – di alcune delle realtà produttive pubbliche più importanti. Gli effetti sul tasso d’impiego, sull’andamento della domanda interna, sul tenore di vita generale, sono lampanti a chiunque abbia occasione di passeggiare nel centro di Atene, e di osservare i segni di un recente benessere repentinamente cangiato in desolata stasi.

Il disegno di legge discusso nella Vulì domenica pomeriggio consiste essenzialmente nell’approvazione del piano per i titoli di stato (35 miliardi), nella decisione di ricapitalizzare le banche (per 23 miliardi), e nella delega al premier Papadimos per la firma del protocollo d’intesa legato alla concessione di un nuovo prestito da parte dell’Europa e del Fondo Monetario Internazionale (130 miliardi). Il protocollo si fonda sul memorandum esibito dalla trojka dei negoziatori internazionali (Commissione Europea – BCE – FMI), la stessa compagine che il sindacato di polizia (non un centro sociale) ha minacciato, non si sa quanto provocatoriamente, di tradurre nelle patrie galere per oltraggio al Paese e attentato al suo assetto democratico. Qualunque fine facciano i suoi estensori, il testo di questo memorandum– che è il secondo del genere, dopo il sostanziale fallimento del primo, varato nel 2010 e già di per sé non poco allarmante – rimane un documento assai istruttivo.

Esso prevede, o meglio impone, un avanzo primario di 3,6 miliardi nel 2013 e di 9,5 miliardi nel 2014 (questo nel draft del 9 febbraio: fino al giorno prima erano rispettivamente 2,6 e 7,3: miliardi come bruscolini). Propedeutici a tale risultato sono tagli importanti nei seguenti settori: spesa farmaceutica (con riduzione dei margini di guadagno per i farmacisti); spesa per gli straordinari dei medici ospedalieri; spese militari; investimenti pubblici (400 milioni); magistrature locali (vicesindaci); spese di rappresentanza e rimborsi elettorali; fondi ed esenzioni per aree remote o disagiate; pensioni di enti pubblici e integrative; in prospettiva (entro settembre) di nuovo tutte le pensioni. Inoltre viene richiesta una “lenzuolata” di liberalizzazioni in diversi settori, dai notai ai dentisti, dai commercialisti alle guide turistiche, dai macelli alle officine, con speciale attenzione ai trasportatori e ai benzinai, sullo sfondo di un’ulteriore ondata di privatizzazioni, che dovranno obbligatoriamente fruttare 50 miliardi di euro entro il 2015: lo Stato dovrà rimanere in controllo soltanto, se necessario, di “critical network infrastructure”, mentre treni, autobus ed aeroporti dovranno essere alienati, ed enti come quelli energetici dovranno subire l'”unbundling” per sceverare le reti dalle compagnie fornitrici.

A tutto questo si accompagna un aumento del 25% delle tariffe ferroviarie e metropolitane, una revisione globale del sistema sanitario, una riforma fiscale con totale riscrittura delle leggi sull’evasione, chiusura di 200 uffici delle imposte giudicati “inefficient”, e nuove indagini speciali sui contribuenti ricchi; in più, nella cornice una radicale riforma di tutti gli apparati dello stato, il ripensamento dell’Ispettorato del Lavoro, l’inserimento di una “labour card” elettronica, i citati licenziamenti nel settore pubblico (15mila con effetto immediato), e il citato abbassamento del salario minimo del 22% rispetto al livello del 1 gennaio – qui peraltro i filologi hanno pane per i loro denti: nel draft dell’8 febbraio si parlava non (come nella versione definitiva) di “minimum wages”, ma di “wages” tout court, dunque dell’abbattimento di tutti quanti i salari greci: un refuso davvero singolare, quasi un lapsus freudiano. Si tratta di un vero e proprio programma di governo, che offre indicazioni dettagliate anche su molte altre materie, dalla gestione delle energie rinnovabili ai metodi di amministrazione della giustizia (revisione del codice civile, eliminazione dell’arretrato etc.) fino all’allocazione delle frequenze telefoniche e televisive, e indica numerose – benché largamente velleitarie – prospettive di crescita economica.

Non è mestieri sottolineare qui ciò che è evidente a chiunque, ovvero la stretta analogia di parte di questo memorandum con i principali criteri ispiratori, e le principali misure, del governo italiano presieduto da Mario Monti: non c’è di che stupirsi, giacché la trojka rappresenta le medesime istituzioni che redassero la famosa lettera a Berlusconi, e giacché di quelle istituzioni il premier Papadimos, il premier Monti e il loro amico Draghi sono o sono stati fino a ieri tra i membri più influenti. Tra gli aspetti più caratterizzanti dell’intervento greco ne spiccano due: a) il suo carattere ultimativo, il “prendere o lasciare” che prescinde da ogni possibile contrattazione con le parti politiche o sociali, esattamente come il “Salva-Italia” approvato alla bulgara o la nuova riforma del lavoro spagnola, il cui passaggio per il Congreso si prevede già ora come una mera formalità; b) la previsione di un’infinita serie di rendiconti mensili (in certi casi settimanali) su tutte le attività del governo, della Banca di Grecia e dei tribunali, da inviare per mail all’indirizzo ecfin-greece-data@ec.europa.eu: la lista di documenti da produrre a getto continuo (per la cui sola redazione ci s’immagina quale elefantiaco apparato burocratico dovrebbe essere mobilitato) occupa 6 pagine, e dà la misura di quanto si sia già pienamente realizzato l’auspicio della sig.ra Merkel per un controllo diretto, costante e capillare della vita sociale ed economica della Grecia da parte di organismi economici sovranazionali e non elettivi. Che in Italia e in Spagna non si sia giunti a mettere nero su bianco questo dato di fatto è dipeso solo dal maggior tempo a disposizione (la Grecia non ha i soldi per rimborsare 14,5 miliardi di titoli di stato il 20 marzo, quando dovrebbe dunque dichiarare bancarotta) e dalla cortese arrendevolezza dei governanti di quei Paesi, da Zapatero a Napolitano.

“Sii molto prudente con le parole / proprio come lo sei quando porti in spalla un ferito grave”

(G. Seferis, Il Tordo, 1947)

Sappiamo com’è andata la votazione di domenica: alla defezione di diversi deputati socialisti e dell’intero partito di estrema destra LAOS (il cui leader Karatzaferis ha scomodato Kavafis e il “grande no” di Celestino V, forse senza ricordare né il contesto dantesco né quello dello stesso poeta alessandrino), si è sommata l’ostilità di molti deputati delle isole (ferite mortalmente dall’abolizione dei privilegi fiscali), quella di singoli eletti di PASOK e Nea Dimokratía che hanno disubbidito alla disciplina di partito, e quella di lobbies colpite nei loro interessi vitali. All’esterno del Parlamento, dopo gli scontri di venerdì, è nuovamente degenerata in feroce violenza urbana (ai livelli del dicembre 2008, e forse peggio) l’ennesima manifestazione di piazza Sìndagma, promossa fra gli altri dall’anziano musicista Mikis Theodorakis (egli stesso vittima dei lacrimogeni). Se anche gli “incappucciati” – a chiunque rispondano (e il Partito Comunista insinua che siano provocatori appositamente infiltrati o sobillati dal governo, per facilitare la repressione) – , se anche i black-bloc verranno domati questa volta, è da prevedere che nuove ondate di violenza si scateneranno nel futuro prossimo, in proporzione all’esasperazione della gente e all’incalcolabile debolezza della politica che dovrebbe contenerla.

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