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  • lunedì 13 Febbraio 2012

Di Grecia, Spagna e tutto quanto

Filippomaria Pontani spiega cosa succede intorno al Mediterraneo, e perché non gli piace

di Filippomaria Pontani

“Resistete anche a quelli che sono detti grandi / a tutti quelli che scrivono discorsi sulla stagione / accanto alla stufa d’inverno / alle adulazioni agli auguri agli infiniti salamelecchi / degli scrivani e dei vili al loro saggio capo”

(Michalis Katsaròs, Il mio testamento, 1953).

Non c’è chi non veda come la riforma spagnola porti a effetto, senza concertazioni e con la celerità decretale consentita dalla larga maggioranza ottenuta dal Partido Popular nelle elezioni di novembre, alcuni dei principi più volte esposti nei dibattiti italiani sulla riforma del mercato del lavoro. Che da noi simili principi alberghino non solo – come sarebbe da attendersi – nella destra, ma anche nel principale partito progressista, va di pari passo con il fatto che essi siano stati primamente adottati in Spagna, sia pure in forma embrionale, dal governo socialista, checché ne dicano gli esponenti del PSOE che oggi si stracciano le vesti gridando al “decretazo” e  alla cancellazione dei diritti fondamentali dello Statuto dei lavoratori. Le voci dei sindacati maggiori, che inizieranno la mobilitazione il 19 febbraio, paiono tanto indignate quanto complessivamente fievoli. In generale, reduce da un’epocale sconfitta nelle urne, il fronte socialista pare più impegnato in battaglie di vertice che nell’elaborazione di un coerente programma alternativo: la recente disfida per la segreteria del PSOE ha visto uno scontro all’ultimo sangue fra Alfredo Rubalcaba (già ministro dell’interno di Zapatero) e Carme Chacón (già ministra della difesa), con la vittoria di giustezza del primo, appoggiato da una parte importante dell’apparato nonostante la débâcle novembrina. Rubalcaba, cui ha giovato forse la maggiore esperienza a fronte della più giovane e ruspante (e secondo alcuni più confusa) catalana Chacón, si è mostrato pronto a rimarcare la continuità con lo “zapaterismo” – unico discorso “di rottura” è stata la proposta di abolire il Concordato e i conseguenti privilegi della Chiesa cattolica, un’idea così impraticabile nel clima attuale da risultare quasi balzana in bocca a chi fino a pochi mesi fa aveva il pieno potere formale di applicarla.

Come si conviene a un governo conservatore già in difficoltà in quella medesima politica economica su cui aveva puntato buona parte della propria campagna, muta così di segno e s’inasprisce la propaganda ideologica (il ministro dell’istruzione Wert annuncia contenuti affatto nuovi per l’insegnamento di Educazione civica nelle scuole), ma prosegue l’addomesticamento dei giudici scomodi, e si persevera nel propugnare la riforma del mercato del lavoro come panacea della crisi economica. In nessuna di queste materie (e certo non nell’ultima) il partito socialista sembra poter vantare una credibilità maggiore del Partido Popular; e i crudi retroscena delle lotte intestine fra Rubalcaba e Chacón, nel riportare alla mente certe dinamiche del nostro Partito Democratico, rendono ancora più assordante l’insistito e quasi esibito disinteresse rispetto alla piattaforma politica più innovativa uscita dal 2011 spagnolo, ovvero quella dei cosiddetti indignados, che tante speranze e tanto clamore aveva suscitato worldwide. Nonostante il gruppo “Democracía real ya”, dopo la grandissima eco del maggio scorso, continui a mobilitarsi e a convocare riunioni in tutta la Spagna, la politica ufficiale – che pure, specie a sinistra, ha pagato dazio a tale movimento in termini di astensionismo e di perdita di consenso – sembra vivere in un mondo parallelo, ripiegato su se stesso, incapace di oltrepassare vieti caroselli di un tempo perduto o ricette banali quanto inutili (le misure economiche di Zapatero sono state utili per la crescita dell’economica spagnola? quelle di Rajoy, di segno affine e ancor più profonde, lo saranno?). Per chi voglia avere un’idea di cosa si sia elaborato, in termini di proposte concrete, nelle giornate di Puerta del Sol, e nei laboratori dei mesi seguenti, si raccomanda l’aureo libretto di Pilar Velasco, Non ci rappresentano, con una nota di E. Deaglio, Tropea, Milano 2012.

“Qui si parla di Spagna. / Si vede bene che qui si parla / di quella Spagna / delle sbarre, della tortura, della mordacchia. // Di quella Spagna / che per non voler tacere, / né morire, si ribella. / Sempre più si ribella. // E non è sola nel mondo, / anche se ha la gola / secca dal gridare, perché sa / che altre voci, altre mani / l’accompagnano”

(Rafael Alberti, Que trata de España, 1972).

***

Uno dei graffiti ricorrenti del 15-M a Madrid recitava “Violenza è prendere 600 euro”. Il Paese in cui questo slogan risulta di più drammatica attualità è indubbiamente la Grecia, dove le nuove misure economiche appena approvate prevedono la riduzione del salario minimo da 751 a (appunto) 600 euro, con un ulteriore -10% per gli under 25, secondo una progressione (fino a pochi mesi fa il salario minimo era di 856) che – a meno di sorprese – porterà in poco tempo ai livelli tipici dei Paesi dell’Europa dell’est, come i 310 euro della Repubblica ceca o i 161 della Romania (e si è visto che anche lì ogni tanto le piazze fremono, come a Bucarest non molti giorni fa).

Sarebbe fin troppo facile, sul piano iconografico, identificare il volto della Grecia con quella piangente a Missolungi nel celebre quadro di Delacroix. Più utile, forse, è cercare di cogliere le analogie che legano il destino di quel Paese al resto del Mediterraneo (al Portogallo, non meno sferzato dai medesimi disegni, penseremo un’altra volta); perché da ogni parte – anche autorevolmente – si sente dire che “l’Italia non è la Grecia”, “España no es Grecia”, “la Grèce ne fait rien de ce qu’elle devrait”, “Griechenland ist ein Sonderfall”, e nessuno sembra chiedersi l’effetto di queste confortanti rassicurazioni sull’autocoscienza di un popolo non necessariamente composto di bancarottieri né votato in via programmatica al martirio. In molti, nel paese del sì, ci indignammo per il sorrisetto complice in conferenza stampa fra la Merkel e Sarkozy (quest’ultimo, peraltro, recentemente insignito da re Juan Carlos dell’ambitissimo ordine del Toson d’Oro, come documenta un’istruttiva mostra alla Fundación Carlos de Amberes di Madrid); ma oggi nessuno sembra battere ciglio dinanzi alla sprezzante superiorità con cui l’arcigno Schäuble o il tecnocrate Draghi o il borioso Verhofstadt quotidianamente richiamano i nipotini di Pericle ai loro dettami, fomentando di riflesso spinte nazionalistiche e atavici rancori.

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